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“Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si ritrovò trasformato in un enorme insetto”.

Inizia così La metamorfosi di Franz Kafka, scritta nel novembre del 1912 alla vigilia dei fatti che squassarono il mondo, in quella fucina di sogni infranti che fu il Novecento. “Favola chiave della modernità” secondo George Steiner, che ha ravvisato nella parabola allucinata e razionale dell’uomo-bestia il riferimento più limpido di un universo che si ripiega su se stesso, per spegnersi lentamente.

Sono, in fondo, “le ore di chiusura dei giardini d’Occidente” in cui l’orizzonte non appare più un sapere da raggiungere, ma semplicemente come il limite di un abisso verso il quale non si può che scivolare, nell’inerzia delle cose.

Una dimensione apocalittica e crepuscolare in cui il massimo della ragionevolezza appare nelle parole di Camus, laddove “la sola questione filosofica seria è quella del suicidio”. Un mondo (e in esso un’arte) in cui non si può che constatare la totale mancanza di un senso, sia esso ultimo o quotidiano, e nel quale semplicemente “si è come si è”; con l’ulteriore postilla che non essendo conoscibile l’intima entità dell’essere ovvero apparendo tutto ciò come un esercizio assolutamente  artificioso, quanto di più umano rimane all’uomo sta nel riconoscersi “come non si è”, nell’assenza da se stesso.

Rispetto a questa dimensione, che appartiene più alla sfera della storia che a quella dell’ontologia, il piccolo romanzo di Guido Conforti si pone con apparente incoscienza al centro della corrente per proporre un ribaltamento di prospettiva, l’azzardo di un percorso a ritroso per uscire dalla voragine. 

Per quanto il titolo faccia presumere il contrario (ma anche qui, come diremo, concedendosi ad un gioco dell’equivoco) Ricreazione non contiene alcuna mappa di paradisi perduti o di terre promesse. Tutto è saldamente incatenato alla nostra esperienza che lungi dall’essere rinnegata viene assunta per essere articolata, declinata, posposta.

Non a caso Ricreazione inizia laddove Kafka aveva terminato, o un poco più in là, con la morte di Grete e le vicende di suo figlio Pavel, anch’egli insetto come lo zio Gregor e come la generalità degli abitanti di un mondo che dell’eccezione ha fatto la regola; tuttavia si è in presenza di un vortice dal quale è ammessa una via di fuga, in cui si concretizzano i presupposti per una risalita o almeno per l’inizio di una “nuova storia”.

Qui, come nel proseguo del romanzo dove altrettanto capita con autori come Perec, Borges o Calvino, Conforti rifugge con attenzione dai subdoli richiami di un piatto manierismo, dichiarando esplicitamente una relazione che viene sviluppata autonomamente e con uno stile riconoscibilissimo in quanto originale ed al tempo eclettico; una narrazione data a pennellate veloci, distillata, che fugge lasciando quanto basta.

E’, in fondo, l’eredità della scuola dei grandi oulipien (dagli stessi Perec e Calvino a Queneau, Roubaud, Mathews, Bénabou) per cui la letteratura è un soggetto vivo, in grado di suddividersi, riprodursi, evolversi secondo lo sterminato bagaglio delle proprie “potenzialità” in uno sviluppo che può essere anche plurale, per fasi successive, per successive mutazioni. Ciò che caratterizza l’entità delle cose e che costituisce uno dei leitmotiv di Ricreazione, ossia la carica potenziale intrinseca nelle cose stesse, appartiene anche all’arte e alla letteratura nello specifico. Non c’è da stupirsene né da vergognarsene ed è con palese devota passione che Conforti “prosegue” La metamorfosi o i Je me souviens di Georges Perec, 479 (uno in meno di Perec!) micro-ricordi dimenticati, inessenziali, banali che costituiscono una base di comuni legami con un passato prossimo per quanto non recente e al tempo stesso l’ordito che sostiene, in qualche modo sottinteso giustificandolo, l’intero romanzo.

In questa trama sottilissima e continua c’è tutto un universo di mondi concentrici che ricostruiscono un humus condiviso di desinenza, se non di appartenenza. Un gigantesco macramè in cui ogni singolo nodo aggruma un insieme variabile di percezioni sopite ed ora rideste. Un filo rosso in cui se non tutti molti si ritroveranno avvinti, grazie alla neutra oggettività della soggettiva con cui Conforti ripensa alle cose, dove solo qua e là si concede una chiosa d’autore (v. ad esempio il fulminante e caustico ricordo n. 858 “Mi ricordo che Ambrogio Fogar era un ottimo divulgatore di disavventure”).

Ma il corpus del romanzo è costituito dalle due parti, l’una funzionale allo sviluppo dell’altra, in cui si tracciano i confini di un’esperienza in divenire e di una possibile.

La prima, costituita da ventiquattro brevissimi racconti di un minuto, si esaurisce in quell’ unico minuto ribattuto in contemporanea in ventiquattro luoghi distribuiti uno per fuso orario, anticipati correndo innanzi al sole che avanza.

In una dimensione del mondo nei fatti globale, in cui rimbalzano gli echi delle grandi domande, i temi della donna, dell’ambiente, della solitudine, del lavoro, della violenza, dell’arte, dell’urbanesimo, della tecnologia, del potere, dell’amore, del mistero, della vita e della morte si dispongono su coppie opposte di meridiani, traducendosi nell’anticipo di una risposta che non si conosce, che non è data, ma che il tempo, scivolando oltre quell’unico “59” fatalmente richiederà.

L’ultima parte non formula alcuna tesi, non distribuisce alcuna certezza, ma partendo da quanto esiste ri-crea un florilegio di mondi possibili, tuttora esistenti in quanto possibili.

Col medesimo incipit di un costante “può essere” Conforti affolla il suo (e il nostro) mondo di evoluzioni magari nemmeno desiderabili, ma appunto possibili rispetto a quei temi inevasi, che hanno in comune uno scarto di lato, un mettersi altrove, un ruotarsi indietro verso l’orizzonte che sorge. Come accenna nel penultimo quadro, è un Ulisse che ancora una volta trova in sé il coraggio di riprendere il mare, a cui non basta attendere il tramonto dalla sua Itaca boscosa.

In fondo il nucleo più autentico del romanzo sta proprio in questo movimento, che corrisponde ad una manifestazione di volontà e quindi a un principio fortemente etico, conseguente al discernimento rispetto a ciò che è  possibile.

Un movimento, infine, che di fronte al buio che incalza può ragionevolmente essere fatto solo per gioco, staccandosi dalla macina del tempo che ruota e provando per gioco a immaginarsi un mondo diverso; con un sorriso che affiora traslucido per allargarsi sul volto del doppio che gioca un’eterna partita agli scacchi.

Una ricreazione non meno seria delle cose serie, se serve a cambiare scenario.

FdL

 

tragedieristrette

Guido era un uomo che amava scrivere. Di più, era un uomo che era abituato a utilizzare carta e penna per fugare i suoi dubbi, per rimuovere le sue paure, per lasciare un segnale a chi (subito o nel futuro) da quello avrebbe potuto incontrarlo e ricordarlo.


Però era anche persona dall'animo sempre pieno di interrogativi e di contraddizioni, tanto che molto spesso si chiedeva se nello scrivere filtrasse per davvero l'idea che aveva di sé e della vita, se il lettore potesse davvero, al di là della parola scritta, in essa riconoscerlo.


Finì per pensare ai libri, alle frasi,ai termini e alle stesse lettere similmente ad affastellamenti vani e senza fine; si chiese se era preferibile permanere a scrivere e, viceversa, se era preferibile smettere e semplicemente vivere.


La sera pensava e pensava, cercava tra le stelle, fremente nella scelta che aveva da prendere tra narrare ed essere.


E benché ne vedesse ben certe le streghe, scelse l'essere.

 

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cetera

 

 
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