Due amici dialogano delle cose mortali e dell'immortalità delle cose. E ancora di teatro, di linguaggio, di codici e di codice dei codici. Un saggio senza tesi in forma di passeggiata tra radure assolate di boschi cedui e resti di sentieri ormai privi di direzione. Sullo sfondo, forse, solo il profilo dell'enciclopedia ideale, quella che sfuggì agli illuministi: relazioni tra discorsi che balenano inattese e che suggeriscono la costruzione di qualcosa anche nel cuore di un'estrema e gioiosa mancanza. 

 

 

 

 

 

 

 

Guido Conforti         Andrea Rossetti

 

 

 

 

 

IL MICROSCOPIO ARISTOTELICO

 

 

 

    

A. R.: Alcuni giorni fa, o Maestro degli ozi claustrali, mentre ero intento a studiare la composizione del retablo dei Consiglieri di Oristano, opera superba di Antioco Mainas, fui rapito da alcune riflessioni sull'arte che desidero immediatamente confidarvi.

A mio parere, ci sono oggi due modi possibili e sensati di fare arte: dare forma compiuta a indiscrezioni, a particolari più o meno insignificanti di opere assenti in quanto elaborazioni codificabili di armonie strutturali (ovvero ciò che nella tradizione E' opera) od operare viceversa per sottrazione di forma, di organicità surrettizia.

E' l'enfasi della forma che ha reso possibile quella lirica che oggi, con l'avvento del soggetto-massa, viene semplicemente

riprodotta dall'industria culturale, alle spalle e al tempo stesso con la complicità di tanti ingenui simula(u)tori, secondo i modi impersonali della serialità warholiana e a fini di puro intrattenimento.

La lirica è la devianza metafisica del pensiero creativo.

Chi fa arte oggi si illude di essere un artista mentre è in realtà solo un archeologo della forma.

Un artista, invece (non un artista "vero", fate attenzione, ché la nostra querelle non è storica ma eventualmente epocale), dovrebbe occuparsi di disorganizzare l'unità formale, dovrebbe progettare l'assenza di un progetto e la mancanza dell'opera.

Predisporre dei "classici" significa comprendere prima di tutto che non hanno nulla a che fare con la "classicità", che è una categoria, un condizionamento, una frazione indotta dalla logica formale e dal pensiero oggettivo. Un classico non si compie mai in quanto tale, classica è una deambulazione, una passeggiata, come quella della quale narrò, e durante la quale, non a caso, morì, Robert Walser.

Un classico, mio caro Maestro, lo si può solo anticipare, quando lo si raggiunge diventa un capolavoro, fonda il museo di se stesso, e muore (furono le muse, non dimenticatelo, a seppellire sui lidi di Lesbo, la patria della lirica, la testa mozzata di Orfeo che, nonostante tutto, non aveva smesso di chiamare Euridice: ecco, quel richiamo, secondo me, era l'inciso di una poesia mancante, un piccolo, tragico nucleo vocale al centro del silenzio più cupo, al tempo stesso ciò che rimane e che, tuttavia, avanza da dire).

 

G. C.: Voi sapete, Principe delle assenze, quanto sia per me piacevole potervi rivedere e riascoltare in questa mia deliberata solitudine.

Io ben conosco l’indomita passione che anima i vostri pensieri e che ritrovo integra in queste vostre ardite riflessioni. Così come conosco ed anzi mi riconosco nell’idea che mai come in questi giorni convulsi siano tramontati i modelli con i quali siamo stati abituati a misurare le cose e, in esse, l’arte.
Eppure, se mi è concesso, vorrei richiamare la vostra attenzione sulla reale esistenza della dicotomia che avete posto circa la concreta possibilità di fare arte nel mondo contemporaneo e che, a mio parere, risulta viziata da un eccesso di entusiastico furore intellettuale.

Io credo, infatti, che non esista alcuna dicotomia tra il dare e il sottrarre forma per il semplice e incontrovertibile principio che l’arte altro non è che forma attribuita a percezioni originali e trasferite in un corpus conoscibile ed anzi conosciuto oltre che ri-conosciuto da terzi, in ciò innescando un processo di comprensione del mondo o, almeno, di corretta apposizione delle domande per la sua sospirata comprensione.

Intendo sostenere che senza forma non esiste non solo l’arte, ma ogni attività umana o realtà, sensibile quanto insensibile.

Senza forma esiste solo il nulla che, per sua stessa definizione, non esiste.
Ecco perché, pur comprendendone le ipotesi, trovo la vostra apodittica dicotomia impropria, laddove si presta – rendendo assoluto il principio - a svuotare l’arte di ogni forma, il che è appunto impossibile.
Diversamente, mio Principe, voi molto correttamente condannate lo svilimento, nonché lo svuotamento di ogni senso e significato dell’espressione ritenuta artistica nella meccanica ripetizione di modelli formali esistenti, secondo canoni prestabiliti e conseguentemente ripetitivi che nella società massificata rivestono i miseri panni della produzione mercificata di patacche che a nulla servono se non ad assecondare le intelligenze nella loro congenita pigrizia.

Tuttavia, per quanto vi segua nell’origine di questo vostro percorso, devo ammettere di non provare alcuna angustia per l’esistenza di codici comunicativi che si prefiggono l’obiettivo di trasmettere informazioni ovvero di distrarre l’animo umano dall’incombenza delle sue pene.
Così come non mi sdegno di acquistare un libro per apprendere la grammatica finlandese o i possibili modi per cucinare il sushi e non mi dispenso dallo svagarmi guardando alla televisione un thriller o una partita di curling.

Purché sia chiaro che in ciò non si tratti di arte!

Non mi scandalizza affatto chiedere al cantiniere un generoso bicchiere di vino rosso, ma mi guarderei bene di distrarmi nelle lodi mattutine inseguendo questo pensiero.

Ben diverso è il discorso relativo all’arte, che ci porta a ritenere come imperativo un criterio di scelta nella tipologia delle forme che nel tempo presente la rendono possibile e comprensibile.

E non potendo evadere dal discernimento circa la contingenza delle forme, che ne costituiscono l’essenza irrinunciabile, ecco che in fondo il nostro discorso si riconduce all’affermazione della necessità di un principio etico il quale, unico, può sostanziare la validità dell’opera d’arte (intendendosi per opera giust’appunto la forma autonoma in cui si traduce ogni processo di creazione artistica).

Ciò su cui dovremmo interrogarci, caro Principe, è conseguentemente quale principio fondante presieda alla scelta di una determinata forma artistica che abbia significato per l’uomo di oggi ed anche per quell’uomo di domani, che è già in potenza presente in questa nostra ora.

Un percorso fondamentalmente etico, quindi. E non potrebbe essere altrimenti.
Vedo che in questo voi propendete per una forma che si scarnifica, si ritrae ai margini, lascia sul terreno soltanto gli indizi di una presenza che rimane solo citata, riflessa, rimbalzata, avvolta nel mistero, fino alla negazione di se stessa e alla sua dissoluzione.

Purché ciò non sconfini nell’illusione di raggiungere l’assenza assoluta (illusione, in quanto come detto intrinsecamente impossibile), riconosco in questo un percorso giustificato nel nostro tempo, che è di un’esperienza vana.
Tuttavia vi devo confessare che talvolta faccio degli strani sogni, popolati da gigantesche costruzioni, impalpabili reti cosmiche, codici alfanumerici, intarsi, frattali, manifatture e tutta una sequenza di inedite geometrie che si librano nel vuoto, definendolo.

 

A. R.: Eppure vi assicuro, o migliore fra i discepoli di Giovanni Cassiano, che quella distanza, quella differenza, che è prima di tutto differenza nell’ontologia, ovvero e meglio nel limitar soave delle cose lungo la libertà che le rasserena e che le libera, sia pure apoditticamente, tanto da un ordine eunuco e virtuoso – il sistema, la classificazione, l’atto epistemologico primo – quanto dall’inesorabilità del circolo vizioso, così come sentenziò il mai abbastanza compianto nostro fratello Ludwig Wittgenstein, il quale scrisse che allorquando fossero pure stati risolti dalla filosofia tutti i problemi rettamente trattabili nulla di davvero fondamentale sarebbe stato neppure sfiorato, quella distanza dicevo, o Maestro, ha una sua terribile e incandescente verità.

Se è lecito, come credo, azzardare un parallelo tra l’unità formale dell’opera d’arte, sulla perfezione stilistica della quale si sono confrontate per secoli le scuole della cosiddetta critica, e la coerenza strutturale di un sistema filosofico, potremo anche indovinare che tale similitudine originaria altro non sia che l’indizio di una medesima struttura radicale, propria del pensiero metafisico (che, identificando l’essere con la presenza dell’ente che pensa, il soggetto, e ponendolo in una relazione di mutua attestazione con la verità razionale, ha reso possibile la conoscenza scientificamente ordinata fondandosi anche però come pensiero dell’oblio dell’essere), e nota come logica formale, la stessa, però, che formula il circolo vizioso ogni volta che si lascia tentare dalla chiusura definitiva applicandosi riflessivamente al sistema che ha fondato.

Da questo punto di vista, quindi, voi avete ragione: la forma è prima di tutto una necessità. La forma sembrerebbe una sorta di struttura originaria, la modalità unica e archetipica di tutte le possibilità. Da questo punto di vista anche il nulla, come scrisse Fredegiso, esiste nel momento in cui lo si pensa, ed è in realtà la forma del pensiero attribuita all’assenza di tutto, non certamente il non-essere tout court. L’essere e il non-essere, infatti, in quanto tali non sono pensabili e nel loro realizzarsi nel linguaggio come metafore rappresentano inverosimili forzature, prossime al delirio, autentici tradimenti analogici dell’impensato. Come giustamente ha scritto Jacques Derrida, dell’essere sarebbe bene smettere di dire.

Dobbiamo infine operare ancora una distinzione tra la forma ammessa come condizione generale delle cose e la forma resa operativa nell’organizzazione specifica di una cosa: in entrambi i casi, però, risalta immediatamente l’impraticabilità di una piena chiusura e di una totale coerenza.

La forma, cioè, è sempre incompiuta, ferita, porta su di sé la traccia, la metafora potremmo definirla, del dileguarsi dell’origine, dell’essere appunto che, nonostante tutto, rimane e non può che rimanere impensato. In un ipotetico codice dei codici, cioè, l’essere che si sottrae apre un varco che è anche voragine tartarica e infinita per la conoscenza. Se, infatti, ogni sistema si chiude in virtù di una forzatura, di una convenzione che necessita a sua volta di un altro e diverso sistema di accertamento, e così via all’infinito, anche in arte l’illusione di una pienezza formale ha dato luogo, di volta in volta, a canoni di perfezionamento di natura stilistica, e quindi etica e quindi culturale, che hanno fondato nel corso della storia le diverse poetiche e le tante scuole del pensiero critico militante.

Sempre, però, nell’ambito di una sensibilità di tipo lirico, è bene ricordarlo.

La lirica, che è anche divenuta una sorta di sinonimo di poesia, è infatti nell’arte il segno tangibile della metafisica: nella lirica è la verità stilistica soggettiva ad attestare l’oggettività formale del bello che, una volta sancita, fornisce credibilità artistica all’espressione soggettiva del pathos, nelle sue varie accezioni e modalità. Questo evidente circolo vizioso, ben più approssimativo del cogito cartesiano e comunque mai similmente formalizzato, è alla base del progressivo scollamento tra arte e verità e all’ormai abituale collocazione della verità propria dell’arte in una posizione ancillare rispetto a quella della filosofia e della scienza.

Eppure, o Maestro, è praticabile un percorso inverso rispetto a quello della lirica, che abbiamo mostrato quantitativamente speculare a quello del pensiero metafisico? Ovvero: è possibile concepire una forma “aperta”, che codifichi la sua ferita originaria in funzione di un’oggettività del bello non stilisticamente e soggettivamente definita (riconducendo il vizio di forma alla virtù)? Io credo di sì (e d’altra parte Derrida ha via via concepito il decostruzionismo addirittura come una filosofia asistematica) e mi accingo a parlarvene, abusando forse del vostro prezioso tempo.

In merito ai vostri sogni, indubbiamente suggestivi, ricordo che ne faceva di simili l’insigne architetto Verdussen, uomo di straordinario talento che mi fu presentato, anni or sono, da due ineffabili amici.

 

G. C.: Quanto voi dite, nobile Principe, mi induce a svolgere ancora un poco il groviglio del mio pensiero affinché meglio possiate coglierne i contorni e valutare se e come esso possa essere di una qualche utilità nel rispondere alla vostra domanda.

Ecco, voltandovi costì voi vedete quella mela che ancora brilla nel sole che declina e che difetta di un buon quarto, probabilmente becchettato da un qualche storno o merlo affamato.

Ebbene, pur mancante quella parte della mela non solo è esistita, ma tuttora esiste, definita nel tempo e nello spazio dalla presenza del frutto rimanente, così come guardando un quarto di luna possiamo intenderne con uguale giustificazione sia la falce illuminata sia l’ovale ombrato, sia il concavo sia il convesso.
E similmente, tanto la vostra presenza e il fluire del vostro pensiero mi sono ora graditi, nel momento in cui ne godo, quanto era per me motivo di afflizione la vostra mancanza che avete interrotto con il vostro avvento.
Se si può, dunque, parimenti gioire della presenza come soffrire dell’assenza, non vuole ciò significare che entrambe le cose sono parimenti e concretamente esistenti, ognuna avvolta in una forma che le è propria?
Non è quindi utile e tanto meno veritiero assimilare il nulla alla mancanza, in quanto trattasi di cose affatto eterogenee ed anzi opposte. E mentre non si può pensare il nulla, che non esistendo non può essere pensato, di certo esiste il pensiero del nulla, così come esistono gli errori, le illusioni ed i miraggi.
Se ciò è vero, in quanto discutibile prima ancora che dimostrabile, anche il pensiero del nulla, gli errori, le illusioni ed i miraggi hanno una forma che esistendo può essere manifestata e quindi oggetto di esperienza.
Ciò ci riporta, mio Principe diletto, a valutare in quale modo l’arte si declini nel tempo attraverso l’azione creativa dell’umano ingegno il quale, nel fluire della storia, si dispiegherà a interrogare il mondo valutandone la parte concava o convessa, quella manifesta o quella occulta, quella reale ovvero quella potenziale.

In ciò sta, io credo, una prima risposta alla vostra legittima domanda, laddove si consideri che l’arte, in modo assai più mirabile rispetto al pensiero filosofico e matematico, nulla giustifica bensì crea traendo dalle tenebre di ciò che è in potenza una nuova forma la quale, una volta tratta e quindi creata, diventa autonoma oltre che eterna.

I nostri ricordi sono ugualmente popolati da figure di persone vissute e di persone immaginate, create e conosciute attraverso un’immagine o una parola. E chi potrebbe ragionevolmente dire che Raskolnikov o Monna Lisa sono meno veri del birraio del paese o di mia zia Luisa?
Non è per orgoglio quanto per un sentimento di sincero affetto che torno a ribadire che tutto ciò che esiste esiste, sia esso vivo o inanimato, definito o confuso, presente o assente, e compito dell’arte è appunto quello di proseguire l’azione divina di chi ha voluto popolare la propria solitudine trasformando in reale il potenziale.

 

A.R. E’ con assoluto piacere che ricevo le vostre considerazioni, o sapiente educatore del silenzio, e l’ansia di non fraintendervi mi induce ogni volta a soppesare con la massima attenzione quanto affermate, tanta è la stima che riservo al vostro pensiero.

Orbene, permettetemi una digressione per dichiararvi l’affetto col quale ripenso al mio dolce bardo della Foresta Nera, il Maestro Martino, e alla cura inesorabile che poneva nello storicizzare ed eventualizzare l’essere, nel definirne i contorni come di ciò che si sottrae alla presenza nel corso di un Ge-Schick, cioè di una catena irresolubile di epoche, e che si dà come Ueber-lieferung, ovvero come trasmissione, di aperture. Tanta passione solo per esorcizzare il peccato metafisico, la ricaduta nella colpa del pensiero della presenza. E ancora consentitemi un pensiero devoto al signor Flaubert, il quale nel “Préface à la vie d’écrivain” scriveva:“…Ma l’arte è qualcosa di più dell’esattezza delle linee e della levigatezza delle superfici. La plastica dello stile non è estesa quanto l’idea… Noi abbiamo troppe cose e non abbastanza forme.”
Acconsentite di buon grado, o sapiente Maestro, a questo libero fluire di ricordi dal mio animo grandemente abbrutito dalla filologia, affinché io possa esporvi il mio pensiero in modo degno della vostra scienza.
Voi descrivete mirabilmente, in questo perfetto discepolo del grande Isidoro, mediante gli esempi della mela beccata dagli uccelli e del quarto di luna, il destino possibile, cioè formale, delle cose mortali e definite con altrettanto acume l’esperienza formale, cioè possibile, del tempo, mentre ridefinite l’unità aristotelica di materia e forma in quella di tempo e spazio. In tal modo l’oggetto della conoscenza divengono la mela o la luna in quanto determinazioni formali dello spazio in un arco teorico di tempo.
Da questo punto di vista è indubbiamente vero che la mela beccata dal merlo mantiene in assoluto inalterata la sua piena oggettualità, a dispetto della mancanza attuale che manifesta, ma è altrettanto vero che ciò è possibile perché il suo darsi presente può fregiarsi del ricordo del suo darsi trascorso nonché della conoscenza delle abitudini degli uccelli. Se quella forma non comprendesse anche tutto questo, se quella mela fosse l’ultima e la più estrema delle esperienze formali possibili noi saremmo indotti a dire, cadendo prima in un circolo vizioso e poi in errore: conosciamo la mela come un frutto sferico mancante di un quarto ed essa è un frutto sferico mancante di un quarto perché tale noi la conosciamo.

Voi, venerabile figlio della retta coscienza, rimanete ancorato, com’è vostro diritto d’altra parte, ai fondali del mondo delle determinazioni, per il quale, come insegnano Aristotele e Tommaso, sussiste da sempre la dialettica tra singolare e universale, tra primo e secondo, e, sulle orme di tali insigni predecessori, ribadite una differenza che si dispiega a partire da una logica binaria già in atto. In altre parole, voi non riconoscete come tale la ferita nella forma che io vado predicando - nottetempo e casa per casa per timore dei birri dell’inquisizione – perché questa vi appare già pienamente inserita nella catena delle determinazioni. In realtà, esistono due modi di considerare quella stessa mancanza di pienezza, quella medesima chiusura impossibile: per me è ferita, ovvero ciò che non è implicato nel discorso, per voi è apertura, cioè pensiero dell’essenza e dell’esistenza della ferita. Vi faccio notare quante e quali analogie contenga questa nostra separazione dialettica, che non mi duole perché grandemente devota, con i concetti formulati dal Maestro Eckhart allorquando distinse Dio e la sua deità, la quale, se ci consente di pensarlo e di nominarlo, è ben lungi dall’essere Dio stesso; o, ancora, con la necessità di isolare un’idea dell’essere del tutto priva di determinazioni, e quindi assolta anche dal suo ruolo abituale di principio teologico, avvertita da Duns Scoto.

Tuttavia non mi esporrò ingenuamente, o Maestro, agli strali della vostra sapienza: so bene, infatti, che quella che chiamo ferita conosco e determino poi in realtà come apertura e che il mio cuore è prigioniero del pensiero così come la mia carne del peccato.

Come separare in modo accettabile, infatti, lungo una medesima costa, la fine dell’oceano dall’inizio della terraferma o viceversa? Una sola è la spiaggia e ciò che conosco è nel contempo uguale e distinto tanto dalla sponda che dalla riviera, come in una santa e inevitabile aberrazione del dogma trinitario.
Ah, quanto poco valgono queste mie parole nel loro strenuo e sconfitto misurarsi con l’ineffabile!

Però, se come voi stesso riconoscete, l’arte è l’azione che nulla giustifica ma crea, se veramente in essa è in gioco l’esercizio di una suprema libertà, io mi domando: è possibile sottrarre l’oggettività della bellezza a una forma visibile, compiuta attraverso l’esercizio quanto mai fantasioso e a tratti grottesco dell’ermeneutica, malamente storicizzata nell’enfasi dello stile e nella tracotanza irreligiosa della critica, e operare in direzione di una bellezza invisibile perché mai sfiorata, perché mai additata da un qualsiasi hic et nunc, dal momento che tutta la creatività è fatta e sfatta nell’atto di praticare liturgicamente la suprema oggettività che lacera l’apertura attribuendole la forma sanguinante di una ferita? è possibile, Maestro mio, pensare a una bellezza sempre di là da venire, così come l’essere si pensa già da sempre andato? è possibile che l’arte sia tutta nella cre-azione tragica e teatrale che dà forma alla colpa felice di tutte le forme anziché, come si è sempre professato, nei levigati prodotti della farsa demiurgica? è lecito e santo smettere di celebrare la compassione per la luminosità dischiusa dell’essente e godere del bello senza tuttavia riconoscerlo?

Mai come in quest’epoca nella quale il degenerare (non arbitrario io dico, ma connaturato) della tradizione estetica nel kitsch ci ha abituati a prendere congedo da un’idea di bellezza che ingenuamente credevamo solida e forte, tutto questo, o primo tra gli spiriti contemplanti, è possibile.
Ve ne confiderò prossimamente le ragioni rispondendo nel contempo alle domande che ho qui solo voluto porre, ché adesso, giunta l’ora del Vespro, mentre dalla finestra della mia camera d’ostello rimango stranamente attonito davanti al vuoto fiorito del giardino delle educande di un monastero che sorge qui a Monza, è tempo che io preghi con le parole del mio amato bardo:“…Lo schiudersi dell’essente, lo splendore che gli viene accordato, oscura la chiarezza dell’essere. L’essere si ritira in ciò che si dischiude nell’essente”.

 

G. C.: Mai come in quest’ora flessa mi dolgo, diletto e illuminoso Principe, che l’essere lontano e altrove mi acuiscano sì la vista, ma al contempo arrochino la voce, non più adusa a declinare in modo acconcio ciò che il pensiero circolando annoda.

Non altrimenti spiegherei l’inciampo in cui le vostre parole sono incorse allorquando avete ricondotto la forma delle cose alla conoscenza che delle cose medesime è concretamente fatta. E non voglio con ciò offendere la vostra rapace intelligenza rimarcando che per quanto ci sforziamo ciò di cui possiamo concretamente prendere conoscenza rimane una misera goccia nell’oceano dell’ignoto. Intendo altresì significare che la forma delle cose è in sé, come per sé prescinde dalla di loro conoscenza, evento per sua natura non solo eventuale, ma anche di incerto e talvolta contraddittorio esito.
Da ciò discende che una mela tale rimanga, identica alla sua stessa accidentale forma, sia che essa corrisponda all’idea del frutto integro sia che si sostanzi nella realtà di quello monco o bizzarro.
La conoscenza delle cose, al contrario, provenendo dall’esperienza del particolare per risalire all’astrazione dell'universale consente al più di formulare deduzioni che ci permettono, nel caso in specie, di ritenere mela sia il frutto integro che monco che bizzarro.


Non altro è ciò che il mito ha voluto rendere manifesto attribuendo all’uomo il potere di nominare ogni cosa attraverso le virtù divine della volontà e della conoscenza. Ma le cose, nella loro forma tanto primigenia quanto corrotta, erano dapprima che l’uomo fosse, volesse e conoscesse.

Tutto questo dire non vi appaia l’oziosa cantilena di un vecchio inaridito, ma la benevola consolazione di chi altro non ha e non chiede se non di coltivare la contemplazione dell’esistente, dal quale non si può sfuggire o decadere in quanto al di fuori di esso nulla esiste e di nulla è lecito temere.
Di ciò che esiste, in verità, è lecito temere per l’intrinseco potere che esso ha di deformare, conformare e trasformare ciò che a sua volta esiste, qualora si consideri che nemmeno Dio esiste di per sé, ma tutto, Dio compreso, coesiste. E dalla propria coesistenza è definito.

Con l’arguzia che vi è propria avete posto il dilemma di come definire il bagnasciuga, se sponda o se riviera, ed in effetti a ciò non è data alcuna ragionevole risposta se non assumendo che sponda e riviera, riconoscibili nella propria specifica entità, coesistono generando una nuova forma, imprescindibile dalle loro e per sua evidente natura mutevole. Ma non meno mutevole, badate bene, dell’onda che si arriccia al largo o del declivio che si spollina nello zefiro di primavera.

Tutto esiste, tutto è forma e tutto muta, quindi, e da questa semplice evidenza ne può incorrere terrore o beatitudine. Basta che si decida se resistere alla corrente ovvero se lasciarsene cullare.

Voi parlate della bellezza e vi ponete il punto di come goderla senza possederla, anticiparla senza soffocarla, celebrarla senza riconoscerla, e da quassù io sorridendo vi invito a non disperare e a non affaticarvi, giacché la bellezza, lungi dall’essere bandita, è già qui, abita nei vostri occhi e siede al vostro tavolo. Non solo, ma la bellezza vi appartiene o se più vi aggrada voi appartenete alla bellezza ed entrambi vi accarezzate, proprio come la sponda e la riviera.

La bellezza che è congiunzione e sintesi, null’altro.

La bellezza che è vita declinata e quindi essa stessa vita, immanente e pura, come il rivo che ruscella tra le primule del disgelo.

La bellezza che è solo nel presente, giacché fuori dal presente il passato è morto e il futuro neppure un’illusione.

Io vi invito, Principe dottissimo, ad abbandonarvi in questa luminescente bava di ragni mentre io vi sussurrerò il come, poiché il se è già nelle cose.

 

A. R.: Ah, se voi vedeste, o caro compagno del mio scrutare oscuramente, l’incanto del giardino che si offre alla mia vista! Davvero il bello naturale, del quale a sentir gli antichi l’arte avrebbe dovuto essere pedissequa imitazione, rimanda l’animo nostro alla pace quasi divina di un bene superiore, oggettivo, concreto e rassicurante, Itaca lieta e patria salda tra i flutti e le tempeste del mare. O sublime Maestro, gli dèi possono forse negarci venti gagliardi nelle vele, limpidi cieli e rotta sicura ma giammai la patria, la contrada solenne alla quale, come scriveva anni or sono un pensoso poeta di riviera, desideriamo far ritorno senza tuttavia averne mai calpestato il suolo, financo nella più remota delle giovinezze.

Se voi poteste ammirare, amico dilettissimo, il rigoglio delle rose bianche circondate da viole e ciclamini e gelsomini notturni e digitali purpuree che si raccolgono con studiato abbandono intorno a tre melograni, tre discreti arboscelli dai fiori vermigli! Questa visione, che ridesta in me il desiderio di un’oggettività nuova del bello, contemplativa e finalmente distante dalla consunta compassione per i moti sperduti di una qualsiasi anima in pena,  mi induce a ripensare alle vostre parole, degne come sempre della più amabile meditazione.

In effetti, io credo che la forma, così come la metafora, siano i modi primari, passivo e attivo, della conoscenza, ovvero i vincoli necessari del suo rendersi disponibile a ogni possibilità. Così come la metafora, lo strumento di quel potere di nominare in virtù di volontà e conoscenza che avete evocato nel mito, attribuisce un nome che traduce e tradisce l’oggetto in sé, la forma, dal canto suo, definisce quello stesso oggetto in quanto tale nello spazio e nel tempo. Tali strutture gnoseologiche primarie si applicano indistintamente tanto alla conoscenza attuale che a quella potenziale, cosa che rende necessaria una precisazione in merito al vostro ragionamento laddove considerate un mio errore l’aver ricondotto la forma delle cose al loro concreto essere conosciute. Voi, infatti, non operate una distinzione tra due piani differenti, come potrebbe essere quello tra logica e ontologia, ma semplicemente tra conoscenza in atto e conoscenza potenziale, decretando a buon diritto anche quest’ultima quale luogo misurabile per forme e per metafore.  Io non dissento da voi in questo, anzi. Tuttavia, la forma e la metafora non sono la cosa, esse la rendono presente, ovvero attengono al suo stare e non al suo essere (e voi stesso implicitamente lo asserite nel momento in cui evocate a più riprese l’esistente): l’essenza della cosa, anzi la cosità della cosa, non viene neppure adombrata in esse come sogno di un sogno. Così la mela non è la sua forma ma ha la sua forma come stato fenomenico, indipendentemente dal suo essere o meno attualmente conosciuta. Per questo tanto la metafora che la forma scontano quella colpa originaria come tradimento, nonostante l’assidua pratica della virtù della traduzione.

Eppure, mio dotto amico, nonostante tutto ciò che ci allontana, leggo nelle vostre parole anche un barlume di prossimità, un sentimento non estraneo alle mie pene, alla mia inesauribile insoddisfazione, al mio desiderio di offrire alle arti degli uomini una terra inviolata persino dalle promesse divine.

Il mio cuore ha sorriso leggendo l’accenno che fate a una nuova forma, eguale e diversa rispetto alla sponda e alla riviera, una forma dai tratti nebulosi, indecisa, inizio che procede da una fine ed estremità che si ritrae da un principio. Codesta forma è solo faticosamente rappresentazione, indicazione di un luogo. Essa è invero principalmente azione, presentimento, idea, sogno, ipotesi, teoria, astrazione, abbandono, culla, parola balbettata, angolo irredento dell’estremo mondo. Ché davvero, venerabile Maestro, spetta alla poesia ciò che al di fuori di tutti i discorsi possibili rifugge ogni altra parola e che si può solo accudire lontanamente. Si è santi per opera della grazia e non della virtù e peccare a immagine e somiglianza di Dio è assai più vicino alla perfezione che vivere rettamente i cento e cento riflessi di uno specchio. Solo la tracotante ingenuità dell’empio può credere possibili il merito e la benemerenza e similmente, io credo, il sacrilegio e la bestemmia.

 

G. C.: Mi è così caro risentirvi, nobilissimo cavaliere degli alti pascoli del sapere!
Voi scorgete laddove occhio umano non distingue e volate laddove l’erta costringe i mortali a spellarsi i polsi e le ginocchia.

Beati coloro che sparecchieranno il vostro desco e maggiormente coloro che di riflesso al vostro dire intuiranno la via sottile per la perfetta beatitudine, a cui si torna e giammai si giunge.

Io mi diletto per l’ardore senza fallo con il quale bramate la bellezza, tanto del dato quanto del non dato.

E in verità, nell’ora che si sgrana, vorrei con voi godere dello stesso incanto che ivi si declina.

Eppure, se anche per qualche incantamento mi ritrovassi ora nello stesso tripudio accorto di viole e di ciclamini, per quanto i nostri cuori battessero all’unisono e i nostri sensi si immergessero in un identico sentore, io credo che in nessun modo saremmo avvinti da un’unica bellezza. Ciò, badate bene, non perché per voi o per me fosse diversa la natura, ma perché invero voi ed io siamo ontologicamente diversi tanto nell’entità quanto nella forma.
Non v’è dubbio alcuno che entità e forma non si identifichino, tranne nella matematica per quanto mi concerne, essendo la forma null’altro che la proprietà necessaria che esprime la contingenza delle cose. Tuttavia è attraverso la propria forma contingente che le cose coesistono e coesistendo si trasformano.
Nulla è immoto e la vita, dacché fu creata plurima da Dio soffiando via da sé la propria solitudine, è un continuo comporsi e ricomporsi di forme, ossia del potere effettuale delle cose.

La bellezza, di cui tanto approfittiamo quanto poco conosciamo, altro non è che uno dei molteplici esiti della coesistenza di due forme che, l’una all’altra relativa, ne creano a loro volta un’altra, proprio come il bagnasciuga tracciato tra la sponda e la riviera.

Ma cos’è, alfine, che distingue la bellezza da ogni altra forma che ogni istante crea sotto la macina del tempo? Cosa distingue e rende bello quel giardino al vostro sguardo rispetto agli occhi adusi e bassi del giardiniere?

 Sommessamente, ma risolutamente credo che da tutte le forme che la coesistenza delle cose crea la bellezza si distingua per la scintilla che produce e che illumina ciò che non apparendo eppure è.

E quindi, tornando a quel giardino, identico a se stesso nella presenza di fiori in boccio, arbusti e melograni, in esso voi dichiarate di scorgere l’impronta del bello naturale, che induce l’animo a ricongiungersi a un’idea (se non ad uno stato) di pace e perfezione da cui discendiamo e a cui aneliamo di far ritorno.
Ma pur non vedendolo e solo immaginandolo, tuttavia vi posso confidare che l’incaglio tra il racconto che voi fate del giardino e la mia mente, induce invece a supporne la bellezza nella composizione rilucente e disarmante dei colori che un giardino in primavera accende, segnale della sottile potenza che la natura ha di trasformare il mondo.

E ancora penso che un giardiniere innamorato del suo lavoro avrebbe riconosciuto la bellezza del giardino nel constatare come anche la natura può essere plasmata, modellata, indirizzata a guisa della propria fantasia.
Come, invece, per il giardiniere stanco e il suo garzone quel medesimo giardino non apparirà in alcun modo bello, ma solamente il sordo campo della loro fatica.

La bellezza, adunque, lungi dall’essere in sé nella realtà intima delle cose, risulta al converso il frutto della coesistenza di due forme, almeno una delle quali in possesso di una coscienza in grado di essere investita da quella scintilla che essa produce.

La bellezza che una volta goduta non è per sempre e come le farfalle a sera muore, nella fiducia che all’alba si risbozzoli un altro frullìo di ali diafane.

A. R.: Intimamente grato vi sono per il vostro limpido dire e per la saggezza che piena traluce nonostante l’odiosa distanza che mi separa da voi, o mio sapiente timoniere nell’incerta navigazione attraverso quell’orizzonte che instancabile vagheggio e che forse – ah, quanto m’è cara codesta incertezza!- ho già mille e mille volte oltrepassato..

Concordo con ogni assunto contenuto nell’ultima missiva che dal vostro santo romitaggio voleste indirizzarmi. E tuttavia mi preme circoscrivere, delineare ancora il profilo dell’invisibile, affinché il nostro pensoso trasumanare sia, se non perfetto in sé, almeno perfettamente giudizioso.

Ammetto, dunque, che al nostro disincanto di moderni affaticati dal duro lavoro quotidiano e assillati dalla glorificazione della nostra ingombrante presenza, il bello naturale appaia ormai devastato dai molteplici attraversamenti del dubbio e dalle annoiate circostanze nelle quali lo depongono i singoli punti d vista. Accetto che l’oggettività di quella bellezza, così come nell’etica quella della legge naturale, si sia deteriorata a causa dell’incalzare dell’ideologia dello sfruttamento, compagna fatale dell’enfasi tecnologica. Scienza e tecnica, mio buon maestro, si sono ignobilmente allontanate l’una dall’altra e all’uomo è stato sottratto forse per sempre il sentimento del paesaggio, ridotto ormai a nostalgia insipida di fondali pittoreschi (ben più grave della licenziosità dei costumi è infatti la sodomia del bucolico). Ben altro fu in tempi forse iperuranici il fremito del sublime, l’incanto pieno dell’avere luogo accompagnato dall’inquietudine di non poterne vantare il possesso, ben diverso destino ebbe il paesaggio come tangibilità fenomenica del nostro dimorare senza casa!

Anticipo la vostra paterna obiezione: furono mai tempi simili? E’ lecito stimare il tempo dell’Eden alla stregua delle altre età dell’uomo, segnate dal sudore per la durezza del lavoro e dalle doglie acutissime del parto? Io credo, venerabile maestro, che questo sia davvero ininfluente. L’oggettività del bello naturale non è che un concetto, la formula che racconta un’esperienza sottratta a qualsiasi mediazione e quindi per noi irrimediabilmente perduta. Noi condannati alla parola, alla metafora, all’articolazione invalicabile, disconosceremo ancora e sino alla fine dei tempi l’abbandono naturale, e quindi involontario, della creatura al creato e di entrambi al creatore e, conseguentemente, la perfezione della verità del creare.

Ecco quindi svelato il luogo della debolezza dell’arte al quale gli antichi si illusero di porre rimedio imponendole l’imitazione del bello naturale. L’arte non può aver luogo silenziosamente e tuttavia nel momento stesso in cui prende forma cancella ogni traccia dell’origine. L’artista è come un camminatore che, addentrandosi nel bosco, mette in fuga ogni creatura con lo strepitio dei suoi passi, rimanendo infine solo nel bel mezzo dei mille rumori di quel dileguare.

Nel momento in cui rinuncia all’oggettività (cosa che è pienamente accaduta nell’arte moderna col progressivo trionfo della lirica e della soggettività assoluta), l’arte enfatizza la propria debolezza, accettando di darsi come mediazione di una mediazione, laddove la scienza e ogni altro parlare la precedono eliminando la seconda articolazione. La tracotanza del suo voler essere creativa impone all’arte il suo pallore atavico di meretrice, inesausta di copule licenziose: non si dà, infatti, umana creazione che dal già esistente. Ben altro uso dovrebbe fare della sovrumana libertà che le consentirebbe addirittura l’estrema menzogna: affermare, cioè, di tacere costantemente.

Maestro amabilissimo, se l’arte si concepisse come silenzio rumoroso, se davvero rinunciasse alla creazione accettando di contemplare, se invece di generare forme da forme, interpretando sempre un’apertura, un’inaugurazione, e rappresentando l’originaria finzione del voler dire, si limitasse con santa umiltà a misurare la ferita che ha luogo in ogni mediazione, se mostrando la tragedia che è nel parlare per metafore invitasse l’uomo a odiare la parola come la peggiore delle maledizioni, allora, solo allora si farebbe specchio della bellezza da sempre mancata e descriverebbe nei contorni di questa assenza la più alta e perfetta oggettività possibile del bello.

 

G. C.: Non bene, ma ottimamente dite, nobilissima ed infallibile favella, a riguardo del bello naturale che ad ogni evidenza appare come un semplice concetto, eppure vuoto in quanto privo di alcuna attinenza ad alcuna forma che abbia mai albergato in un dato tempo nella memoria umana; non già perché non esistesse la natura dei primordi, ma perché essa, lungi dall’essere bella in sé, supponiamo lo fosse invece solamente nella mente compiaciuta del Creatore.

Non bene, ma ottimamente dite allorquando con un’ombra di condivisibile rammarico parlate dell’età perduta della perfezione, dell’unità dell’uomo in Dio che soltanto nell’apocalisse dell’ultimo giorno vedrà la propria definitiva ricapitolazione. Età perduta, quindi, ma anche non conosciuta e neppure conoscibile se non nell’eco di quell’unica domanda che nella storia ha generato il concetto del bello naturale.

Ma ecco perché, contrariamente al vostro dottissimo indirizzo, trovo immeritato il giudizio che traete a proposito dell’arte degli antichi, che definite debole e foriera, nonché figlia, di semplici illusioni.

Forse che l’arte generata dall’effimero abbaglio di un’illusione è per questo motivo meno alta di quella saldamente cementata nella verità? E ancor più specificando, forse che la bellezza di quell’arte, pure tanto sublime ai miei poveri occhi affaticati, non risiede proprio nel mirabile tentativo dell’uomo di quei tempi di tracciare negli smisurati spazi dell’aurora le trincee del proprio accampamento? Forse che ancora non ci giunge netta all’orecchio la voce di quei lontani padri che gridarono incontro al tuono il proprio altissimo “Io sono!”?

Come sono, io?

Chi sono, io?

Perché sono, io?


Vi devo confessare che poche cose mi commuovono quanto la disarmata volontà di porsi quelle domande (così vitali eppure ancora irrisolute) e di zittire il tuono, come traspare nella potenza armonica di un discobolo o nell’orgogliosa eleganza di una nike di Samotracia.

Fu vera arte?

Nel gelo della pietra inanimata risuonò il timbro di quella voce coraggiosa?
Ed è possibile godere ancora, se non di un identico, almeno di un analogo sentimento a quello che accomunò generazioni su generazioni nel riconoscersi fraternamente parte?

Io credo di sì e lo affermo con la stessa convinzione attraverso la quale riconosco che sarebbe folle rispondere oggi alla stregua di Prassitele.
Ma non vogliate con ciò ritenere che il mio intento sia di sgombrare il campo e deporre gli armamenti, dacché lungi dal ritenere l’arte morta e la bellezza bandita suggerisco invece di volerla ricercare laddove essa può concretamente darsi.

Il che è, né potrebbe essere altrimenti, nell’immacolata potenza percettrice dell’umano e nel suo sapersi rendere fattore di nuove forme che scintillino nella penombra di questo eterno crepuscolo.

Non abbiate paura, mia scolta dilettissima! Non compiacetevi di adagiarvi nella celebrazione della rinuncia! Abbiate l’ardire, voi al quale le fiere più indomabili curvando il dosso lasciano il passaggio, di popolare il vostro e l’altrui campo di segni nuovi e nuovi fuochi!

Non è affatto rispondente alla verità che deriva dall’esperienza sostenere che nulla si aggiunge all’esistente. Anzi, è vero tanto l’opposto, ossia che il tempo fluisce in una continua fertilità generatrice, quanto il conseguente, ossia che l’esistente continuamente si trasforma mediante il moto proprio delle cose e tra queste del potere consapevole dell’uomo.

In quali modi e per quali fini è lecito domandare, il che rende (come anticipato all’inizio di questo nostro conversare) il problema dell’arte del tutto etico, anziché estetico come le anime pigre e sonnacchiose sono solite pensare.

 

A. R.: Concordo con le vostre amabili e appassionate parole, o novello, illuminato Esdra, consolatore paterno delle mie afflizioni, il problema dell’arte è senza alcun dubbio etico, e non potrebbe essere altrimenti dal momento che nulla sfugge all’atto, nulla si dà concretamente al di fuori dell’azione e che quindi i principi della bellezza, lungi dall’essere astratti, come predicò Walter Pater, debbono essere giustificati e qualora lo si faccia ricorrendo al nome di una suprema e incondizionata libertà, si dovrebbe poi coerentemente giustificarla e in quanto suprema e in quanto incondizionata e, soprattutto, in quanto libertà, riconducendosi con diligenza di metodo all’etica appunto. D’altra parte èthos non vuol forse dire casa, dimora? E il linguaggio, cioè la dimora che abbiamo in uso a prezzo di spossessarcene costantemente, non è forse ciò che chiama l’arte nei pressi della sua propria vocazione?

Pongo dunque insieme a voi al centro di tutto un’azione e, lungi dal dichiararmi sconfitto o rinunciatario, penso solo, e mi struggo, credetemi, per questo, a circoscriverne la natura con cura di figlio, disperatamente adottivo eppure non per questo meno commosso d’amor filiale. Tale azione, infatti, fu dagli antichi e dai moderni interpretata come cre-azione di una rappresent-azione perché solo in tal modo essi poterono giustificare il fondamento soggettivo di quella e descrivere poi l’artista nelle vesti magnifiche e solenni del demiurgo, pure se traduttor di traduzioni. Codesta debolezza riconobbero senz’altro le menti più illuminate che, infatti, tentarono inizialmente di correggerne l’incombere nefasto ricorrendo al soccorso dell’oggettività del bello naturale di cui s’è detto (ahi, quale duro colpo inflissero a questo caritatevole sofisma la teoria del giardino quattrocentesco, hortus conclusus, e il verbo trasognato, più tardi, di Alexander Cozens…) e quindi all’ideale classico, cioè astratto, di armonia, proporzione, nitore formale. Com’era prevedibile, però, l’idolatria del soggetto (che giustifica, tenetene conto, o carissimo maestro, proprio quei pigri e sonnacchiosi contro i quali voi con piena ragione vi levate, dal momento che se all’uomo è consentito farsi dio, sia pure nell’ambito della creazione di rappresentazioni, non gli si potrà poi negare di rappresentarsi a sua volta e prima di tutto come tale e quindi di giustificare la sua stessa azione con l’intenzione demiurgica), incapace di produrre una motiv-azione oggettiva e definitiva, cioè appunto classica, per il proprio agire, si è dissanguata nel rincorrersi storico di poetiche sempre più individuali e nella risibile messinscena del genio.

Ciò manca di coerenza. L’ideale lirico è per definizione arbitrario così come, illuminato pastore d’anime savie, il grido che voi evocate: “Io sono!”

Desolato come sterile plaga dolorosa, io mi domando e vi chiedo: io sono perché creo una rappresentazione, perché coltivo una terra già resa fertile secondo una sensibilità esistentivamente definita mentre attendo dall’avvenire il riconoscimento di una genialità da fingersi poi anticipata? No, maestro mio, io al massimo ho-luogo e in esso ho-da-stare, ché quello sconsiderato “io sono” è in verità solo rappresentazione di sé nei panni, tra l’altro sconosciuti e inconoscibili, di Dio. Nulla di ciò che esiste ragionevolmente può essere e nessuna opera si compie pienamente se non per mezzo di un arbitrio. La lirica è sorella minore della metafisica, cioè un’apologia ridondante dell’esistente e una dimenticanza dell’essere lietamente paradossale.

Per ricondursi alla primitiva natura del suo essere puramente azione – e quindi sfuggire alla morsa spregiudicata dell’estetica fine a se stessa sottoponendo le sue ragioni all’analisi impietosa del pensiero, come voi stesso auspicate – l’arte non può che rinunciare a essere creativa. Definire un simile, misterioso statuto, delineare le virtù positive di una negazione altrimenti angosciante, pensare forme non aperte a una definizione ma ferite dalla rinuncia a definirsi, questa, maestro sicuro dei miei passi incerti, è la prova arditissima che ci attende.

 

 

G. C.: Giunti a questo guado lasciate che vi racconti, anima intemerata, di un viaggio che feci quando ancora il viaggiare era per me in un insieme di brama e di sollievo.

Nel peregrinare sulle orme inverse dell’apostolo Giacomo mi imbattei in una spelonca, aperta in faccia a un grande mare, in cui mi dissero essere vissuti nella notte dei tempi gli uomini primigeni.

Seguendo un villico come guida accorta e premurosa, mi addentrai in un buio sgocciolante di calcare e scivolai di cunicolo in cunicolo fino ad una stanza che alla fiamma delle torce ci allargò il respiro in una voluta di quieto tremore, tanto grande era quell’utero in cui la terra maternamente ci accoglieva.
E mentre le mie labbra stupefatte bisbigliavano dal salmo 17 (“Custodiscimi come pupilla degli occhi, proteggimi all’ombra delle tue ali, di fronte agli empi che mi opprimono, ai nemici che mi accerchiano)”, il mio duce mi fece cenno di avvicinarmi a lui, ritto ai piedi di un’alta e nera roccia levigata dai millenni.
Dapprima non compresi, ma accostandomi ancora alla parete intravidi tra le rughe della pietra comporsi la figura netta di un bovino, con ogni probabilità il progenitore di un altero bufalo dai potenti posteriori e dalle corna aguzze, e accanto a quella l’impronta di una mano dalla palma stesa e scura.
Come fosse l’alba di quest’oggi della quale rimembro fresco il boccio, così rammento il fremito con il quale appoggiai la mia di mano a quella e la commozione che mi vinse per sentirmi e parte e desinenza. E ancora oggi se penso alla bellezza e alla sua specifica umana fattura che noi chiamiamo arte, invero mi sovviene quel ricordo che vi dispiego, invitto condottiero delle intelligenze, affinché possiate meglio intendere il mio pensiero allorquando mi soffermo su codesti lidi.

Che cosa, dunque, mi commosse a quella vista? Forse la soddisfatta curiosità dello studioso delle epoche remote, dei tratti umani ed animali in parte conservati e in parte trasformati nell’impercettibile eppure irrefrenabile macina dell’evoluzione? Forse la discoperta del modo in cui i nostri antichi progenitori sopravvivevano? Forse l’impronta di quel mondo andato che rivive solo tramite la sua raffigurazione? Forse l’insospettabile nitore del disegno? Forse la traccia del pensiero umano che nel buio della grotta scheggiò una selce per lasciare sulla pietra un imperituro segno della propria esistenza?
Invero, vi confesso: nulla di tutto questo. Io mi commossi, come ancora mi commuovo, perché in quei segni infissi sulla roccia io vidi farsi cosa viva l’orgoglio, il coraggio e la scintilla che fecero alzare un selvaggio dal suo spolpare di tendini e di ossa per compiere un gesto al tempo stesso inutile e grandioso.
Nel solcare il calcare con la selce quel selvaggio si sollevò dal proprio fiero pasto per creare (questo è il punto) un altro da sé, eppure in sé coeso. Compì un gesto estremo di suprema libertà che definitivamente lo elevò su ogni altra specie di primati che abitavano quelle virginee giungle. Un gesto tanto vivido e potente che rimane intatto a questi nostri occhi disillusi e queruli di altrettanta virtù.

Un’arte pura, che pura tuttora rifulge.

Un gesto altero, un’azione quindi e qui concordo con quanto voi così efficacemente affermate sulla natura dell’arte in tale guisa e non già come rappresentazione. Ciò perché la bellezza nasce (o meglio ri-nasce) nell’opera d’arte non per la sua intrinseca natura, ma per, in e con un gesto o un nuovo gesto, come il mio vedere e l’appoggiare la mano alla parete.

Molto avrei da dire se tale azione possa essere anche intesa come creazione, ossia come elemento di autonoma trazione di nuove forme dal vortice del nulla.
Tuttavia, credo che ogni possibile ragionamento a ciò diretto risulterebbe infine vano, concludendosi nell’erigere barriere laddove il campo appare aperto e lo sguardo franco.

Vi suggerisco solo di pensare che l’azione di cui si va parlando, la cui ragione corrisponde al discernimento circa il proprio ineluttabile destino, sia in effetti la trasformazione del potenziale in reale, in tutto simile al fauno che zufola sul flauto il proprio incantamento.

 

A.R.Veramente, o face ardente della virtù, siamo giunti al luogo primigenio del nostro dialogare e me ne rallegro, perché propria delle anime timorate d’Iddio è la via che conduce alla vera sapienza.

Ecco dunque palesarsi agli occhi della nostra coscienza le fattezze tenebrose e imperfette dell’atto che precede ogni cosiddetta creazione artistica e nel quale, ben più che nelle forme concrete e storiche generate dalla duplice articolazione di cui s’è detto, bisogna rinvenire il luogo eletto dell’opera d’arte. Guai, infatti, se interpretassimo quella manifestazione originaria alla quale avete alluso nel vostro racconto solo ed esclusivamente in termini storici, cioè nei limiti angusti del suo mero precedere temporale ogni complicanza indotta nell’uomo dalle sottigliezze dell’intelletto e dall’accrescersi del bagaglio delle conoscenze. L’apologo va altresì inteso nella sua valenza simbolica che è appunto quella di una commozione generata dalla prossimità con un atto originario, reso tanto più evidente dal negarsi alla tradizione del nome di un autore. E’ come se la cancellazione della metafora in sé – impronta indelebile della metafisica che l’attiva in forma di instrumentum e nella fattispecie in arte come instrumentum poeticum artificis – fosse stata parzialmente recuperata dalla speculare e casuale cancellazione del nome dell’artista. Ciò è bene dire per non ricadere semplicemente nell’ennesima poetica strumentale, ovvero nell’apologia dell’arte primitiva e nell’indecoroso mito del buon selvaggio.
E’ ormai perscrutata verità, maestro mio, che, come dite, l’azione di cui qui andiamo trattando sia al di là di ogni ragionevole dubbio la trasformazione del potenziale in reale (e, più precisamente, la messa in opera della realtà nel linguaggio col fine di renderla in effetti disponibile per la conoscenza), anche se mi urge farvi notare come lo statuto morale di necessità che apparentemente la garantisce non ci sottragga poi in nessun caso al dovercene dare conto, soprattutto in rapporto all’autoreferenzialità dell’espressione artistica di cui stiamo appunto discorrendo. Solo nell’arte, infatti, proprio in quanto autoreferenziale, si attua la piena trasparenza della virtù dell’analogia e della colpa della differenza che simultaneamente compartecipano alla e della metafora. L’arte, in definitiva, produce opere dal libero uso della necessità secondo poetiche strumentali tutte riconducibili senza eccezione all’arbitrio estenuato dell’estetismo che, come ben sapete, è una qualità e non una modalità dell’intenzione.

Molte sono le poetiche strumentali ma una sola è la poetica trascendentale, ovvero quella che io vado definendo a costo di infiniti patimenti e l’unica oggettiva, e se le prime si collocano indistintamente a posteriori dell’operatività in termini di esercizio volontario di quell’atto necessario e primigenio (come se l’origine del linguaggio fosse un voler-dire anziché un dover-dire) rendendo poi estrema tale volontà nella tracotanza che giustifica l’opera-simulazione in forma di creazione, la seconda non può che applicarsi a un fare-uso sospeso, e ancora in assenza di opere compiute (vi rammento il discorso che facemmo intorno all’antitesi tra ferita, alludente alla necessità e al sottrarsi dell’origine al linguaggio, e apertura, rinviante invece alla piena operatività nella quale si situa l’atto volontario), cioè come abbandono, ascolto, contemplazione.

Nella poetica trascendentale, imperocché frodata di oggetti finiti, si attua la piena fedeltà all’oggettività della mancanza mentre l’arte si riscatta dalla sua cattività lirica e metafisica. Ciò non implica, maestro gentile d’olimpica sapienza, la negazione dell’opera, perché voi m’insegnate che sarei ben giullaresco nel momento in cui indicassi una fuoriuscita volontaria dalla volontà, ma la capacità di concepire l’opera stessa in funzione dell’impossibilità di dire propriamente. Io penso a una forma non ispirata a un qualsivoglia concetto di bellezza sancito arbitrariamente da una delle tante poetiche strumentali, non quindi come risultato di un percorso inaugurato da un’apertura ma inversamente come pratica della permanenza presso una ferita. A questo, credo, risponda l’etimologia di verso nella quale è vivissima l’idea di un perpetuo tornare su di sé, di un movimento localizzato da una misurazione perenne, e alluda anche l’uso di ago, agisco, per significare lo specifico rappresentare del teatro che, come non mancherete di rilevare, rimanda a qualcosa di ben più originario dell’interpretazione recitata di un testo. Perpetuo ritorno, misurazione e azione di scena convergono nella definizione di un’opera aperta alla minaccia della propria dissoluzione, obbligata a dissolversi nel tradimento della traduzione e inibita nel suo abituale tradurre la tradizione.

 

G. C.: Il sorriso lieve che mi dipingono le vostre parole tanto vivide ed accorte non vi appaia indegno, principe delle arguzie, ma in vero sommamente grato -come in effetti esso è- per la forza persuasiva che ne innerva il librarsi altissimo verso un invisibile eppure comune iperuranio.

In questo lento crepuscolo di sensi sovente mi ritrovo a sorridere di ciò che circondandomi mi tocca, sfiorandomi la barba e dandomi il senso compiuto della nostra coesistenza. Così è di codesti vostri pensieri sul senso ultimo delle cose e in esse di quella bellezza che tanto ambiamo per ivi poterci abbandonare in uno stato di beata contemplazione.

Per quanto la mia mente canuta riesca ad intuire più che a comprendere, sorridendo io convengo riconoscendomi avvinto da quell’impossibilità di dire propriamente che sì mirabilmente avete delineato e che invero corrisponde, ancor più che a una categoria del pensare, a quella dell’esperienza sperimentale. Impossibilità che risiede tanto nell’alterità delle cose e dell’io stesso rispetto al pensiero che lo pensa quanto alla congenita inefficacia delle simulazioni e delle metafore nel rappresentarle, come voi ben dite, propriamente.

E vieppiù sorridendo risento ancora risuonare quel vostro perenne ammonimento a rifuggire dalle illusioni di potere tracciare un profilo convincente dell’esistenza laddove è della sanguinante mancanza del dover essere, cioè di quanto corrisponde alla nostra contingenza, ciò di cui possiamo ragionevolmente occuparci.

Tanto reale è l’argomento quanto sfolgorante nello spavaldo gesto con il quale lo tracciate che mi trattengo dall’aggiungere un solo iota ed è, quindi, con autentico tremore che mi accingo a giustificare quell’accennato balbettio che il vostro sapiente dire mi ha testé indotto.

Perché, e in questo colgo se non un’antinomia di certo una differente prospettiva, la mia esperienza (e in base a questa la mia pur fragile determinazione) sono affollate da un continuo vortice creativo che in sé trascina nella loro coesistenza le cose, siano esse reali o potenziali, tangibili o intangibili, presenti o assenti, comunicanti o non comunicanti, essenti o di loro simulacri.

Lo cose, mio integerrimo duce, mi trafiggono e inducono azioni, foss’anche di attonito sbigottimento, che alle cose stesse ritornano. E queste azioni, delle quali mi sento al contempo e succube e soggetto, sono anch’esse cose, inesistenti se non allo stato potenziale prima che fossero a loro volta indotte.
Venendo ai vostri dottissimi ragionamenti io ribadisco di non trovare agio alcuno nello svilire la rappresentazione rispetto all’entità rappresentata, in quanto anche la rappresentazione è cosa in sé soddisfatta, di cui è lecito soltanto fissare il punto del suo eventuale essere soddisfacente, il che avverrà non per apodittica sentenza e tanto meno per il suo ricondursi ad un astratto canone, ma in cagione di un giudizio e di un discernimento contingenti.
E’ così, almeno per questa mia mente scarna, che l’opera d’arte (opera in quanto forma operata, esito di una determinata volontà) altro non può essere che creazione soddisfacente e generatrice di quelle scintille cui ho fatto cenno le quali non producono risposte, ma certamente illuminano la coesistenza delle cose generando domande pertinenti su tali meccanismi.
Non a caso in conclusione dell’ultimo mio dire vi citai la musica come esempio inimitabile di ciò che vo significando e che più di ogni altra umana attività presenta le caratteristiche della perfetta arte: scissa, o almeno palesemente scissa, dai riflessi del mondo eppure intrinsecamente di esso parte, figlia e sorella, autonoma eppure coerente nel linguaggio, perfettamente inutile eppure necessaria per gli uomini di ogni tempo e di ogni latitudine.

Ed io credo, in verità, che non di solo pianto abbia bisogno l’uomo, ma di salutare il sole che sorge modulando il soffio su una canna di cristallo.

 

A. R.: Quali e quanto profonde tenebre si addensano sul mio cammino or che mi accingo a lasciare codeste lande di sapiente perdizione, o vanto glorioso dell’intelligenza, per far ritorno ai luoghi ameni e a lungo trasognati del nostro fertile riposo!

La creazione dissolta, la parola ammutolita sul precipizio del nulla e ai margini della profondità in sé assorta dell’essere, il periglio amarissimo del silenzio universale sospeso come un’occhiuta maledizione di Erinni pennute e artiglianti sul desiderio originario di voce che ci confonde e induce tuttavia ad inane pugna col fatale disfavore degli dèi, tutto questo, maestro dolcissimo, involve nella sua notte d’oblio l’animo mio votato ormai all’ascolto perscrutante e all’abbandono.

In questo stato mi sovviene di colei il cui ricordo ancora vividissimo abita codesta contrada e vi scrivo e rileggo in cuor mio ossessivamente parole già udite che un’inquietudine vaga disperde tutt’intorno con furia lenta e sovrumano incanto.

Quante volte avrebbe voluto sentir davvero la voce di colei, qualunque cosa avesse potuto minacciare, piuttosto che aver sempre nell'intimo dell'orecchio mentale il susurro fantastico di quella stessa voce, e sentirne parole ripetute con una pertinacia, con un'insistenza infaticabile, che nessuna persona vivente non ebbe mai!

La sventurata rispose.

Quante volte avrebbe desiderato di vedersela dinanzi viva e reale, piuttosto che averla sempre fissa nel pensiero, piuttosto che dover trovarsi, giorno e notte, in compagnia di quella forma vana, terribile, impassibile!

La sventurata rispose.

Quante volte al giorno l'immagine di quella donna veniva a cacciarsi d'improvviso nella sua mente, e si piantava lì, e non voleva moversi!

La sventurata rispose.

Ma quanto meno ne parlava, tanto più ci pensava.

La sventurata rispose.

Non già che mostrasse di non credere, o combattesse l'opinion comune, con sue ragioni particolari: se ne aveva, certo, ragioni non furono mai così ben dissimulate; né c'era cosa da cui s'astenesse più volentieri che da rimestar quella storia, cosa di cui si curasse meno che di toccare il fondo di quel mistero.

La sventurata rispose.

Non pare però che la signora fosse di questo parere.

La sventurata rispose.

E perché scappò detto a una suora: - s'è rifugiata in Olanda di sicuro, - si disse subito, e si ritenne per un pezzo, nel monastero e fuori, che si fosse rifugiata in Olanda.

La sventurata rispose.

Dopo molte maraviglie, perché nessuno l'avrebbe creduta capace di ciò, e dopo molti discorsi, si concluse che doveva essere andata lontano, lontano.

La sventurata rispose.

Forse se ne sarebbe potuto saper di più, se, in vece di cercar lontano, si fosse scavato vicino.

La sventurata rispose.

Si fecero gran ricerche in Monza e ne' contorni, e principalmente a Meda, di dov'era quella conversa; si scrisse in varie parti: non se n'ebbe mai la più piccola notizia.

La sventurata rispose.

E chi sa quali congetture si sarebber fatte, se, appunto nel cercare, non si fosse scoperto una buca nel muro dell'orto; la qual cosa fece pensare a tutte, che fosse sfrattata di là.

La sventurata rispose.

Non passò però molto tempo, che la conversa fu aspettata in vano, una mattina, a' suoi ufizi consueti: si va a veder nella sua cella, e non si trova: è chiamata ad alta voce; non risponde: cerca di qua, cerca di là, gira e rigira, dalla cima al fondo; non c'è in nessun luogo.

La sventurata rispose.

Da quel momento in poi, la signora non ebbe più pace.

La sventurata rispose.

Per qualche tempo, non parve che nessuna pensasse più in là; ma un giorno che la signora, venuta a parole con una conversa, per non so che pettegolezzo, si lasciò andare a maltrattarla fuor di modo, e non la finiva più, la conversa, dopo aver sofferto, ed essersi morse le labbra un pezzo, scappatale finalmente la pazienza, buttò là una parola, che lei sapeva qualche cosa, e, che, a tempo e luogo, avrebbe parlato.

La sventurata rispose.

Le suore sopportavano alla meglio tutti questi alt'e bassi, e gli attribuivano all'indole bisbetica e leggiera della signora.

La sventurata rispose.

Però, ad ognuna di queste scappate veniva dietro un pentimento, una gran cura di farle dimenticare, a forza di moine e buone parole.

La sventurata rispose.

Quell'apparenza però, quella, per dir così, imbiancatura esteriore, non durò gran tempo, almeno con quella continuità e uguaglianza: ben presto tornarono in campo i soliti dispetti e i soliti capricci, tornarono a farsi sentire l'imprecazioni e gli scherni contro la prigione claustrale, e talvolta espressi in un linguaggio insolito in quel luogo, e anche in quella bocca.

La sventurata rispose.

Si videro, nello stesso tempo, di gran novità in tutta la sua condotta: divenne, tutt'a un tratto, più regolare, più tranquilla, smesse gli scherni e il brontolio, si mostrò anzi carezzevole e manierosa, dimodoché le suore si rallegravano a vicenda del cambiamento felice; lontane com'erano dall'immaginarne il vero motivo, e dal comprendere che quella nuova virtù non era altro che ipocrisia aggiunta all'antiche magagne.

La sventurata rispose.

Nel vòto uggioso dell'animo suo s'era venuta a infondere un'occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita potente; ma quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudeltà ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per dargli forza a sostenere i tormenti.

La sventurata rispose.

In que' primi momenti, provò una contentezza, non schietta al certo, ma viva.

La sventurata rispose.

Costui, da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall'empietà dell'impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso.

 

G. C.: E’ frequente nelle anime rassegnatamente contemplative rendersi conto di quali scherzi e incastri le combinazioni possibili tra le diverse coesistenze possano produrre.

Questo aspetto apparentemente casuale ed inesplicabile dell’esperienza non cessa di esercitare su di me un fascino irresistibile che, lungi dall’imbarazzarmi, continuamente mi interroga circa le proprietà ri-creative dell’universo, così come esso è piuttosto di come esso ad uno sguardo distratto possa apparire.

Ed invero è oltremodo curioso che in questo nostro dialogare abbiate ad un certo punto richiamato a voi questo celeberrimo racconto del quale abbiamo così vivo il ricordo per averlo impresso nella memoria fin dagli anni della prima adolescenza. Racconto che nella ricostruita e reiterata risalita che voi fate avverso quelle tre semplici parole, così nude eppure così avvolgenti e in sé bastanti per racchiudere e rimandare un romanzo intero se non un’intera vita, suscita nel lettore una nuova e moltiplicata forza efficiente.
Ma non in questo risiede il mio stupore; non nella verifica di quanto potente possa risultare la vostra arte evocativa a me ben nota, quanto nel fatto che negli anni ormai lontani e irraggiungibili (se non nel ricordo) dei miei studi giovanili e in particolare di quelli che trascorsi in quel di Tubinga mi imbattei giust’appunto in un libello di un certo Andreas Pinkerle nel quale era descritta con dovizia di particolari una ricerca condotta sulla reale esistenza della Gertrude manzoniana.

Dalle scarne notizie che dava di sé, questo Andreas Pinkerle risultava essere un terziario domenicano presto convertitosi agli ideali liberali e alla passione per lo studio di quei meandri della mente che gli dovevano apparire tanto più interessanti quanto inconciliabili con i percorsi altrettanto misteriosi, ma più rassicuranti, della divina provvidenza.

Vi risparmierò di descrivere il rispettoso fervore con cui scrutai quella scrittura ordinatamente compulsiva con cui venivano esposti gli esiti delle indagini e che tornavano a dipanarsi sotto il ridente fruscio delle acque del Neckar.
Con quel misto di rigore metodologico tipicamente asburgico e di impeto romantico proprio della gente italica, quale anche in Padania è uso ritrovare, il Pinkerle dava conto delle notizie scovate tanto tra i documenti civili quanto tra quelli religiosi, tanto tra gli atti di pubblico dominio quanto tra le carte della privata corrispondenza.

Per farla breve, la prima parte dello scritto illustrava una serie di eventi e di aneddoti accaduti o supposti tali in quel della Brianza negli anni a cavallo del secolo decimosettimo e che i primi commentatori ritenevano poter essere stati presi a base del racconto manzoniano.

In particolare, citando le risultanze delle Historiae Patriae di Giovanni Ripamonti, si faceva esplicito riferimento alle vicende di tal Suor Virginia Maria de Leyva, figlia di Luigi de Leyva e Marianna de la Cueva, principi di Ascoli e appartenenti alle più ricche oltre che nobili famiglie di Milano. Ed in effetti, tal Suor Virginia Maria, entrata nel 1588 nel Monastero di Santa Margherita a Monza ed ivi professata nel settembre 1591 fu tosto al centro di un torbido intrico di faccende amorose e di turpi delitti che culminarono con il processo al suo sodale, tal Giovanni Paolo Osio, e con la di lei reclusione in clausura prolungatasi per oltre quattordici anni, con sommo imbarazzo del santissimo Cardinale Borromeo.

Tuttavia, e in questo il lavoro del Pinkerle mi trapassò da parte a parte scardinando ogni architettura del giudizio precedentemente costituito, nelle ultime pagine del suo libello l’autore avanzava una tesi del tutto diversa e per nulla riferita a fatti della storia per quanto verosimili.

Citando una lettera del Manzoni all’amico Giambattista Pagani, con il quale aveva studiato dai Padri Barnabiti presso il Collegio dei Nobili di Milano, il Pinkerle mostrava con un periodare piano e confacente che la storia della Signora di Monza aveva in effetti un valore intrinsecamente allegorico a dimostrazione di come la fede non possa discendere dalle restrizioni, ancorché dalle più brutali scaturire.

Ed ecco, quindi, che Gertrude altro non era che lo stesso Manzoni, al quale l’esperienza passata presso il Collegio somasco di Merate era gravata come un insopportabile gravame, ed Egidio copriva le spoglie di un certo Flavio Contursi dal quale in giovane età il Poeta era stato torbidamente attratto e iniziato alle insane pratiche di un rapporto contra naturam. Un rapporto che, a detta dello stesso Manzoni, a lungo continuò tra vertici di passioni e baratri di avvilimenti da cui gradatamente in età più matura se ne uscì, complici i consigli spirituali di un Cappuccino di Vigevano, tal Padre Onorio Farina, e soprattutto la conoscenza della sua futura sposa Enrichetta Blondel.
Spingendosi più oltre Andreas Pinkerle concludeva nel convincimento che tutto il romanzo dei Promessi Sposi, nella sua più intima concezione, in realtà altro non fosse che un viaggio del Manzoni tra i fantasmi che affollavano la sua mente e i suoi ricordi, come una peste virulenta, e dai quali il romanzo stesso era il legno con cui disbarcare l’Acheronte.

La Signora di Monza come Don Rodrigo o come l’Innominato o come Don Ferrante, quindi. In attesa che il sole della Provvidenza tornasse a splendere su un’alba di pace.

Ma tornando a noi, dilettissimo auriga dispensatore di sapienza, che dite che sia più vero, più propriamente prossimo a quell’entità della vita che andiamo ricercando? Il capitolo decimo del romanzo quale noi lo conosciamo, la vostra decostruzione, la storia terrena di Suor Virginia Maria de Leyva, il retroscena descritto da Andreas Pinkerle, la scintilla che brillò nel Manzoni o quella che oggi vi accende, che oggi mi accende?

Io dico che tutto ciò specificatamente coesiste e coesistendo concorre efficacemente a trasformare quella realtà da cui geneticamente procede. 

 

A. R.: Già il viaggio che a voi mi riconduce, o vanto della saviezza che divinamente rifulge, volge alla sua mai men che grandemente anelata conclusione, quando mi raggiunge il vostro memorabile interrogativo, degno invero dell’antico enigma che pria d’Edipo condusse a fine miseranda gran copia di valorosi.

Ordinando la materia per fede e intelletto, vi dirò, auspicandomi per il mio parlare l’onore della buona sorte che toccò all’eroe, che mentre concordo con voi circa gli effetti di quella molteplicità ermeneutica (i singoli punti di vista che concorrono a precisare, a dare un assetto tanto definitivo quanto irraggiungibile agli eventi che raccolsero intorno a Suor Virginia la nutrita schiera dei chiosatori da voi rimembrati, a ulteriore testimonianza, qualora ve ne fosse la necessità, che lungo il percorso circolare della conoscenza ogni chiusura formale avviene in virtù di una nuova apertura), avverto tuttavia l’irrefrenabile pulsione a indicare quanto il vostro dire possa essere potente e nel contempo pericoloso nel tratteggiare il fugace profilo di quell’opera negata, di quella forma dell’assenza di una forma che io, con ostinazione forse ingenerosa verso la storia che magari solo a tratti ma comunque gloriosamente ci precede, vado scrutando e apparecchiando. Imperocché, o dottore delle altezze che furono di Guigo e di Lanspergio, se è vero che le vostre parole descrivono una forma potenziale, tutta raccolta intorno all’attesa del suo stesso dispiegarsi, ricolma di pathos per l’avvento della sua propria fenomenologia (della quale le singole manifestazioni che voi appunto già riconoscete denunciano lo stato di già radicata attualità), ciò avviene senza dubbio alcuno secondo lo spirito degli enti e non secondo quello, che ho grandemente a cuore, dell’essere. Non a caso voi mostrate di operare per accrescimento, per somma di eventi, finché la forma potenziale che delineate, che appunto si definisce in quanto coesistenza orientata alla trasformazione del reale, un reale col quale in ultima analisi si identifica dal momento che è l’esistente che, coesistendo con esse, quelle esistenze coordina in una coesistenza, finisce per tradire il suo legame positivo e propositivo con la realtà nel mostrarsi atto della potenzialità stessa.

Occorre dunque e prima di tutto definire le modalità della relazione che i singoli momenti, i singoli eventi del linguaggio, stabiliscono con l’unità della quale partecipano, perché se da una parte mi sento di condividere il tramonto di uno “specifico” artistico al quale alludete nell’accostamento di narrazioni qualitativamente molto diverse fra loro, dall’altra di nuovo l’enfasi che accordate ai concetti di coesistenza e di trasformazione del reale pare non tener conto del disinteresse mostrato dalla mia decostruzione nei confronti della fonte, dell’unità formale, della bellezza stilistica, dei significati e financo della coerenza sintattica.

Quanto ho compiuto (che potrebbe ben definirsi come la riconduzione strategica di un metodo critico, il decostruzionismo appunto, all’invenzione letteraria) se da un lato non può sottrarsi alla coesistenza, dall’altro vi si applica secondo la modalità dell’indifferenza. Questo perché la vocazione ontologica dell’atto (vocazione e non verità, dal momento che un atto è comunque ciò che si dà nel tempo) non può fondarsi che sul suo disinteresse verso la fenomenologia di se stesso.

D’altro canto, all’abbraccio quasi teosofico che guida il dinamismo delle vostre venerabili parole, forse recanti traccia del panteismo predicato dal santo Baruch (e la teosofia è distinta dall’ontologia tanto quanto la teologia), la mia decostruzione si mostra ricalcitrante e proprio in considerazione della sua indifferenza si mantiene sostanzialmente statica, in linea con quanto predicato dall’etimologia del “verso”. Così facendo rivela anche l’anima più riposta della poesia che non è, così come le tante poetiche strumentali ci hanno indotto a credere, un genere distinto dalla “prosa” in base a determinate caratteristiche formali, ma al contrario un modus operandi, un restare-presso e far-ritorno, un’attitudine spirituale, una coscienza, l’ascetica rinuncia al movimento che, intendetemi, lungi dall’adempiersi come stasi, plasma il movimento stesso così come e mentre l’aspirazione al silenzio s’incide nel darsi delle parole.

 

G. C.: Attendete, mio Signore.

Tirate a voi le redini del destriero che schiumando divora il bianco della strada e inspirando fondo acquietatevi un fratto. E lasciate che fievolmente vi confidi che giammai in me albergò il sospetto che le cose fossero conoscibili per successive e congruenti approssimazioni come una schiera di scalpellini che colpo a colpo traggano dalla brutalità del marmo la figura svettante di una colonna d’abbazia.

Meglio dispiegando ciò che volevo intendere e tornando alla nostra storia, tanto Gertrude quanto Suor Virginia, tanto la lettura del Pinkerle quanto quella prima che facemmo tra i sospiri dell’adolescenza, sono per me ugualmente autentiche nella loro forza efficiente non già di riflettere l’esistente, bensì di condizionarlo. Non esiste Suor Virginia attraverso la di lei storia, ma esistono Suor Virginia e la di lei storia; la sua metafora, ciò che di lei parla od allude, ed ugualmente la sua negazione, ciò che di lei esclude o contraddice.
Tutto ciò, ivi comprese la fatica dell’autore e quella del lettore, co-esiste generando un insopprimibile potere trasformante e ri-creativo di quella nebulosa ed effimera realtà da cui discende.

Ed in questo soave (per chi tale voglia intenderlo in quanto affine al pensiero pensante divino) meccanismo nulla trascende dacché tutto è parte, ancorché immota o silenziosa.

Ecco dunque perché continuo a non ritenere esclusa da tale guisa nel contemplare la natura delle cose la vostra personale attitudine, che anzi vi nobilita per il fulgore che la invade. Pur tuttavia consentitemi di non ravvedere in ciò un modo altro di intendere la vita ed in essa la poesia poiché, come vi dissi, nulla è altro rispetto all’esistente. E questo vostro stare-presso e far-ritorno non corrisponde forse ad un archetipo immortale che dalla notte dei tempi squassò le coscienze dei novelli Ulisse?

Per grazia vostra lasciatemi solo ancora un tocco del vostro prezioso tempo per concludere ritornando ad un concetto che già cennai, ma che ritengo debba essere ora opportunamente esplicitato. E cioè mi riferisco al detto per cui nell’ora presente l’arte non ponga all’uomo un dilemma estetico, bensì affatto etico.

Già dibattemmo, e in questo trovandoci concordi, sull’effimero valore di ogni estetica, che è strumentale soltanto alla propria incongruenza. Ma quivi urge invece ribadire che se l’arte corrisponde al mutuare forme tali da produrre effetti irreversibili sul disequilibrio delle cose e se altresì l’arte corrisponde al discernimento di quali contingenze attivare per creare quelle e non altre forme, allora essa impone all’uomo una questione fondante del se, del cosa e del perché.

Perché questa cosa e non altro rispetto all’infinita combinazione del possibile, o se meglio ritenete di ciò che è in potenza.

Perché questa cosa e non altro rispetto alle dinamiche del mondo e rispetto al mio essere nel mondo.

Perché questa cosa e non altro rispetto a ciò che il mondo inconsapevolmente attende.
Tramontata l’era in cui tutto era da farsi, l’uomo sembra giacere disarmato ed incapace di governare alcunché se non la propria inettitudine, attendendo rassegnato e disilluso l’ultimo raggio che sigilli la sua tomba.

Eppure, mia diletta face, se considerassimo che laddove non più tutto è da farsi, ma tutto è possibile con somma libertà e pace nell’animo ci chineremmo a terra per trarre dalla polvere le ali di Mercurio.

 

A. R.: Sale l’alba d’intorno, maestro paziente d’ogni chiarità interiore, e ovunque si spande con dolorosa dolcezza una luce segreta che sfiora e sosta presso ogni valle e collina che il nostro cammino apparentemente senza vera terra incrocia nella sua superba preghiera. Ah, maestro mio, quali tesori di contemplazione sorgono nell’anima pia che osa guardarli, che con generosa dedizione lascia che la trasparenza di Dio scivoli lungo le alte vette e vertiginose del suo intelletto! Odo stridere remoto il carro del passeggero che ripiglia il suo cammino e già da ponente mi giunge il grido giornaliero del carrettiere mentre ormai vaghe le stelle circonfondono sprazzi di volta celeste ranciati ancora all’apparire trasognato del pianeta lucifero, e tutto ciò mi dispone a rinnovellare per voi un’antica leggenda che udii durante una delle mie un tempo frequenti peregrinazioni a San Pietroburgo e il cui accigliato mistero ben si addice, a mio giudizio, a far da summa alle nostre meditazioni, giunte a uno svincolo che, affinché retto sia il susseguente cammino, di acconcia ricognizione ora abbisogna.

Mi narrò durante un noioso viaggio in diligenza un viaggiatore – o era una viaggiatrice? - d’età imprecisata, del quale conservo ahimè sbiadita rimembranza, che tempo addietro era vissuto in quella contrada un uomo di nome Borekh bar Shmerl. Costui fin dalla più tenera infanzia, a causa forse di un’educazione pia e ispirata dalla rigorosa lettura della torah, condotta per anni sotto l’attenta guida di dotti rabbini, comprese già in gioventù di dover apparecchiare per tempo l’estremo convito perché l’ineluttabilità della morte, oltre a rappresentare l’unica certezza per l’uomo imprevidente e peccatore, poteva e doveva essere con serena compostezza collocata dalla volontà, giustappunto ben educata da quella che noi cristiani appelliamo lectio divina, nell’ambito del naturale susseguirsi dei giorni e delle stagioni secondo l’ordine impresso al creato dall’amore premuroso del Creatore, il quale persino i frutti dell’odiosa colpa primigenia può misteriosamente asservire ai suoi disegni.

Borekh bar Shmerl contemplava dunque la volontà d’Iddio nell’imbiondire solitario di una sola spiga di grano e nel volo grigio degli stormi migratori, nella maestà suadente dell’ermellino e nella robustezza del ciclamino che si affaccia al mondo fendendo l’orgoglio del manto nevoso.

Egli si svegliava ogni mattino considerando quello che stava per cominciare come l’ultimo giorno della sua vita e ogni sera si coricava sorpreso dall’aver mancato ancora una volta il compimento della sua profezia.

Borekh bar Shmerl invecchiò, i suoi capelli divennero sempre più radi, la sua barba canuta, i suoi occhi si velarono precipitandolo in un mondo di forme indistinte, la sua pelle si fece rugosa e la sua voce affaticata e impercettibile, ma la morte, la compagna discreta dei suoi pensieri così lungamente attesa senza tremiti nel polso, tardava a compiere l’ormai antichissimo vaticinio.

Borekh bar Shmerl continuò a considerare ogni giorno come il suo ultimo, certo che prima o poi la sua attesa sarebbe stata soddisfatta.

A questo punto colui – o colei? - che mi stava narrando la storia di questo strano personaggio, sulla cui saggezza mi stavo nel frattempo già interrogando, s’interruppe e tornò a guardare fuori dalla vettura, verso l’uggiosa monotonia del paesaggio russo che ogni pensiero involve con l’oblio della sua indolente tenerezza.

Tentai una timida rimostranza, ma l’uomo – o era una donna? – mi disse che quella storia non aveva bisogno di una conclusione e che l’esistenza di Borekh bar Shmerl, avendo ormai – e forse da sempre - natura di favola, poteva fare a meno di tutto ciò che non fosse la mia protesta e la sua laconica, decisiva risposta.

Vi confesso, maestro mio, che ancora oggi, mentre ripenso a come in siffatta guisa fui convocato allora nel seno della favola, al pari credo di molti altri prima e dopo di me, di lieto turbamento il cor mi si spaura.

Io credo che il vostro avveduto e scaltro giudizio, o invitto nocchiero del nostro vascello interiore, non stenti a intendere ciò che nell’apologo dev’essere inteso.

 

G. C.: Quando accadrà che la vostra ombra invaderà lo scasso della mia cella e finalmente potremo tornare a discettare di faccia a faccia; quando accadrà che sbattendo forte gli stivali deporrete ai vostri piedi il mantello sbiancato dalla strada; quando accadrà (so bene che accadrà) che il dimandare e il replicare torneranno a fluire senza diaframma da sponda a sponda, non vi cennerò punto di come il vostro apologo sia di luminare scolta in questo claudicante incedere tra le cose terrene e quelle ultraterrene.
Di già ben conoscete ogni mio intendimento e di certo di quanto gradisca l’acuminato ingegno con cui siete uso accompagnare il vostro sagace argomentare.
Ed invero quivi non ravviso utilità alcuna nell’aggiungere un solo iota a commento di quanto già appare perfettamente comprensibile ed efficiente nell’evolvere l’umano ingegno avverso una retta applicazione.
Vorrò soltanto confidarvi un minuscolo pensiero che il suddetto apologo generò in me a seguito della sua prima lettura ed ancora di quelle successive, pensiero che giudicherete forse eccentrico ovvero divagante, ma che scorrendo il tempo eppure non caduca.

Ebbene, per quanto mi sforzi di oltrepassarne il segno, non riesco a disgiungere dal vostro racconto il barlume del sorriso con cui Dio (il Dio della storia e delle storie) doveva avere accompagnato la cocciuta ostinazione di Borekh bar Shmerl nel voler governare di proprio polso l’esser parte e desinenza.
Ciò corrisponde, invero, all’idea di un Dio che lungi dal di-vertirsi estraniandosi dal creato (ossia dalla storia e dalle storie), al contrario affatto seriamente giuoca con esso ed in esso con l’uomo, cabrandone rasente le proprie contingenze.

Che cos’è, per altro, la creazione intera se non un unico e curiosissimo giuoco con il quale Dio ha voluto uscire dalla propria solitudine senza fini tracciando i confini del tempo, dello spazio e del moto nel tempo e nello spazio?
E’ un Dio paternamente benevolo che conosce quando e come frapporsi (o celarsi?) tra l’uomo e le sue miopie. Un Dio simulatore e cabalista, che subisce (o induce?) il fascino dello scherzo e del ribaltamento.

Tutt’altro che un Dio fulminatore, al più un Dio giullare.
Comunque un Dio, io credo, che ammette con piacere al proprio desco buffoni e diseredati, cialtroni e prostitute, farabutti e sognatori ed ogni schiuma della sua genia che non viva schiava della propria determinazione.
Anche un Dio poeta, quindi, o se preferite principio e fine di ogni poesia.

 

R.: Quale perfetta letizia, maestro, è stata per me il ritrovarvi! Quale interiore diletto mi ha cagionato la dolcezza della vostra voce! Quando ieri l’altro mi faceste chiamare presso di voi per tramite del monaco Venanzio ne fui rallegrato come se, col divino cantore, m’avessero detto: andiamo alla casa del Signore!

Ed è in questo traboccare di benigna grazia del cuore che ho preso a meditare le vostre parole.

Orbene, mio apostolo delle supreme istanze, il rovello del dubbio, che da tempo immemorabile muove da tiranno il mio passo terreno, ha nuovamente corrotto il mio pensiero, inquietandomi con le sue acuminate allusioni.
In fede mia, non vedo Borekh bar Shmerl come un ostinato, egli è prima di tutto favola, apologo appunto, e questo volle indicarmi colui – o colei – dalla cui bocca ne udii parlare. Borekh bar Shmerl ha di per sé, quindi, una natura irriducibile alla nostra che, mentre gli consente di prosciugare la sua esistenza dalle devianze della fenomenologia, senza con ciò sottrarlo completamente alla sua necessità dal momento che anche la favola è a suo modo tale, mentre gli concede di dedicarsi all’unica verità disponibile al pensiero, ovvero la morte, verità negativa, nichilismo (ed è singolare riflettere sulla particolare natura, dolorosa e pensosa, del popolo russo, a ciò predisposta, che la favola ha avocato a sé, comprendendola), ciò nondimeno lo lascia incompiuto, trattenendone l’esistenza nell’immobilità dei suoi propri cristalli. Borekh bar Shmerl è destinato a veder differita in eterno la sua fine, serrato, quale insetto nell’ambra, nell’infinito tornare a sé della favola che a sua volta rimane incompleta, chiudendosi infatti solo comprendendo l’estrema apertura della mia domanda finale. Borekh bar Shmerl, maestro mio, è dunque una forma abbandonata per sempre alla sua indecisione dal suo essere per intero e in modo del tutto originale consustanziale alla fiaba. Fenomenologia sì, quindi, ma dell’attonito e del vuoto. Dell’immoto, soprattutto: perché voi intenderete immediatamente come ciò che fa del dàimon una ferita e non un’apertura, pur nell’ambito dell’imprescindibile fenomenologia della sua linguistica considerazione, non possa essere caratterizzato che da stabilità, dal sottrarsi testardo del discorso a qualsiasi prospettiva diacronica, storica ed evolutiva, dalla sospensione di ogni tensione all’oltrepassamento.

Ecco perché devo implorare la vostra amabile comprensione e sperare in quella, per la verità ben più riottosa, dell’inquisitore Andrea de’ Tolomei, al quale a ogni buon conto vi raccomando di non mostrare questa mia epistola, prima di confidarvi che nulla del vostro Dio partecipe e giocoso, benevolo e paterno mi persuade. Così come, d’altra parte, non riuscirei mai a sposare l’immagine di un Dio minaccioso e colmo di sdegno per l’umana empietà. Né nell’uno né nell’altro posso ragionevolmente ritrovare le fattezze del Dio di Borekh bar Shmerl. Di Dio, maestro mio gentile, mi commuove l’inesistenza, quella cioè che gli fa dire, con dignità suprema e a onor del vero: Io sono.

 

G. C.: Trattenetevi adunque ancora un poco in questa cella spoglia, mio superbo auriga, e non distraete le vostre dalle mie mani.

Mentre voi di Dio ricordate quel suo incipit maestoso “Io sono” che a Borekh bar Shmerl vi accomuna nella inflessibile lettura della Torah, un venticello leggero mi soffia tra i capelli chiosando il vostro dire con il sussurro di un “con voi”.

“Io sono con voi” ed è il velo squarciato, è la ferita risanata, è l’ossimoro ricomposto dacché, come ricorda il veggente dei veggenti, “la vita si è fatta visibile”.
“Io sono con voi” non vi persuade ancora, lo intravedo nelle vostre pupille scalpitanti, eppure se ciò non fosse ben poco resterebbe del nostre esistere, se non la tenue cinigia di uno sfarfallio neurale in procinto di spegnersi al primo refolo d’autunno.

Io sono con voi, simile a voi, totalmente addentro alla vostra contingenza, forma conformata nella vostra forma, non per esserne sopraffatta, ma al contrario attraverso una comune sopraffazione ricrearne una nuova ed immarcescibile.
Che Dio sia non è dato dubitare, sebbene come tale siffatta verità non sia motivo di consolazione alcuna, semmai di giustificazione. Similmente che Dio sia anche manifesto, così come pur essendo manifesto non abbiamo a che spartire con il volo dell’aquila nel cielo, non induce che abbiamo a partecipare della sua intima esistenza se non per la sua deliberata volontà di mescolarsi in noi, così come se l’aquila ci sollevasse con le sue proprie ali.
Se Dio fosse, semplicemente manifestando la propria inesistenza ossia l’esistenza di una deità che fosse per sua intima natura inconoscibile dall’uomo in quanto non-Dio, ma solo creatura generata, in questo più simile a un alabastro, a un cappero o ad un geco che a Dio medesimo, vi confesso che tutto ciò, lungi dal rendermi franco dalle mie pene, mi getterebbe nella più assoluta disperazione e se già non fossi corso a gettarmi nel pozzo più profondo della contrada vi stupireste di come tremerebbero queste mani adunche che invece si trattengono salde sulle vostre per rassicurarvi.
“Io sono con voi” prescinde dalla nostra intelligenza e dalla nostra volontà.
Così è da quando il verbo si è fatto carne, corrispondendo alla sua intelligenza e alla sua volontà.

Ed esso si declina invadendo ogni forma dell’esistenza di significato e di pace.

 

A. R.:  Quale sublime enigma, o maestro adorato, evocate col nome di Dio!

Eppure vi faccio notare che, pur non volendo considerare quanto vi dissi a suo tempo sul primato dell’ontologia sulla teologia - e voi, da santo, ragionate appunto come teologo di un Dio che è già tutto fenomeno, patrimonio di concetti offerti per intero al discorso -, pur volendo trascurare il rovello intorno al quale fu gloriosamente speso il genio di Duns Scoto e che il bardo Martino resuscitò col suo canto silenzioso, pur volendo tutto ciò tralasciare, dicevo, non mancherete d’osservare come il ricorrere meticoloso e divinamente ordinato delle parole anche nella rivelazione biblica infine mi conforti.

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Quello stesso Verbo che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Il Verbo nel quale si è compiuta la Redenzione della natura umana segnata dal peccato e dalla morte, cioè dai suoi stessi limiti abbandonati a loro stessi dal perentorio ritrarsi della luce divina, dell’aperta visibilità del fondamento come differenza pienamente comunicata. Non vi sfuggirà, o sapiente tra i sapienti, come nel mistero dell’incarnazione il Verbo si sia potuto dare agli uomini soltanto sottoponendosi a un destino mortale, alla signoria sul tempo del principe del mondo, e che, una volta risorto, cioè ricollocato nell’eternità, abbia dovuto abbandonare i suoi fratelli compiendo la propria missione con la preghiera sacerdotale che non a caso conclude quello stesso Vangelo secondo Giovanni aperto dal memorabile prologo. Anche il corpo dell’uomo Cristo, trasfigurato dall’infinito, torna a essere invisibile persino per gli occhi perfetti della Vergine Madre. Non a caso l’età del Paraclito, descritta dal carisma di Gioacchino da Fiore, successiva all’ascensione al regno del Verbo risorto e quindi sottratto al tempo dei morti, è in buona sostanza una rinnovata epoca profetica, fatta di segni e di testimonianze liturgiche, vera e propria ricapitolazione del divino nel flusso del linguaggio simbolico coronata da un prezioso e particolare legame con la memoria. Cos’è infatti il banchetto eucaristico se non un memoriale della salvezza, un ricordo in cui per fede diviene atto una presenza mediata da simboli? Il linguaggio simbolico, appunto, e la memoria, segnano dunque il modo di darsi del Verbo divino  successivamente alla sua epifania, come a ricostituire una condizione che già la precedeva. E come non pensare qui, ancora una volta, ai turbamenti, al pensiero quasi orante del bardo Martino? Riconoscerete anche voi, arbitro irreprensibile d’ogni sobrio e mistico dissertare, la lampante somiglianza che mi commuove. E come da questo non trovare conferma all’idea che anche la teologia cristiana sia in fondo segnata da una frattura, profondissima, tra il mistero dell’ascolto e la pienezza della visione e che, anzi, il primo non possa darsi che nell’incompatibilità con la seconda? Si legge infatti nel Deuteronomio: “Il Signore vi parlò dal fuoco, voi udivate il suono delle parole, ma non vedevate alcuna figura; vi era soltanto una voce…” (4,12).

Anche in questo il Nuovo Testamento è davvero il coerente perfezionamento del Vecchio. Ascoltare senza vedere, dunque, ininterrottamente, perché la visione di Dio conduce alla morte (così come l’incarnazione a sua volta ha messo il Verbo nella condizione di dover morire) ma converrete con me che solo un atto di fede può in questo caso vincere il dàimon, la scissione originaria. Quell’atto di fede – ed è mirabile questa coerenza – che ancora nell’Esodo (24, 7) consente addirittura di invertire la logica sequenza degli eventi: “Tutto ciò che ha detto il Signore, noi lo faremo e lo ascolteremo”. Fare prima di ascoltare, l’obbedienza prima della conoscenza: tutto ciò esorcizza il rischio di una sapienza puramente gnostica, immobile nel suo bastare a se stessa (lo gnosticismo, in fondo, lambisce, e non poco, quell’estetismo che entrambi aborriamo). Il legame tra l’ascolto e la fede, quindi, si arricchisce e si compie in quello, finale, tra l’ascolto e l’amore: qui davvero trova definitivo coronamento l’azione di sutura del dàimon originario che noi cristiani chiamiamo rivelazione e che muta il senso della storia non nella sua tangibile immanenza ma secondo un’ermeneutica di salvezza. Il Dio della teologia è dunque interpretazione più che autore della storia.

Ecco, quando voi parlate dell’arte e delle molte specie di forme che da essa procedono, lo fate, da santo, secondo la medesima logica teologica, solo sostituendo Dio con l’Io, prestando ascolto a quest’ultimo con fede e carità trepidanti. Dio, però, è, laddove Io si-è, e amarlo e confidare in esso significa ricadere nella metafisica che identifica l’essere con l’oggettiva presenza di un ente. Quindi, ciò che pone la teologia nella metafisica dell’oblio dell’essere in nome di un Dio rivelato, similmente costituisce il vostro discorso quale metafisica dell’oblio dell’essere nell’intuizione di un ente identificato.

Solo la gratuità della fede e dell’amore vi salvano dal baratro del dàimon, che noi sappiamo minacciare dall’alto il pensiero in forma di scetticismo e di nichilismo, e, d’altro canto, quella stessa gratuità è ciò che nel contempo rende l’arte un infimo balletto di forme epifenomeniche, prono per sua natura, sia pure secondo approcci molteplici, al canto invincibile delle sirene dell’estetismo.

Borekh bar Shmerl crede in Dio e apparecchia alla morte ma tutto questo, unitamente alla mia domanda di una conclusione chiamata essa stessa a farsi conclusione, appartiene di diritto alla favola perché fondato sulla gratuità della fede e dell’amore che disinnesca sia l’incombere del nulla e della morte che il pendere irrisolto di un’interrogazione nel ruolo inusitato di chiusura.

Se allora, come ebbe a dire un uomo assai sapiente ma poco saggio, “il mondo vero è diventato favola”, dobbiamo concludere di ignorare davvero cosa sia una favola, avendo perduto la possibilità di definirla in antitesi con la verità. In teoria non potremmo neppure più chiamarla: presso di noi la favola ha perduto tutto e, infine, il suo stesso nome; la favola è tornata a esserci sconosciuta, immobile, ermetica. La favola è una Sfinge che ha smesso persino d’interrogarci. La sola cosa che può davvero fare un artista, orfano ormai della favola, è, come vi dissi un tempo, tradirne la traduzione, impedirne la fenomenologia, trattenerla a viva forza accanto alla sua mancanza. E supremo artista sarà allora quell’attore che, restituendo completamente la favola ignota all’oralità, farà di una rinnovata tradizione orale un sacrilego tradimento.  

 

G.C.: Come dunque, mio chiarissimo Signore, siamo costì giunti a discorrere di Dio e della sua propria essenza dipartendo, siccome siamo dipartiti, dal discorrere dell’arte e della sua propria essenza?

Non ravvisate forse in questo nostro irresoluto peregrinare tra l’alfa e l’omega il segno tangibile della divina ricapitolazione che sostanzia ab origine il presupposto, il fine ed il motore stesso della creazione?
Non vi sentite ancora avvinto, benché non sopraffatto, da una possanza che discende dall’assoluto amore declinato nel suo farsi?

Con buona ragione voi parlate del Verbo incarnato e quindi risorto e quindi ricongiunto, ma scorgo nelle vostre parole la frattura non ancora ricomposta di chi soffre di un’assenza o, se preferite, di una presenza altrove che se non vanifica di certo svilisce l’apocalisse del Risorto.

Poiché se Cristo non fosse risorto dai morti vana sarebbe la nostra fede, ma se Cristo fosse semplicemente passato attraverso la condizione umana per riunirsi al Padre senza la nostra riscattata presenza piantata come i chiodi nelle sue mani e nei suoi piedi, disperata sarebbe la nostra fede.
Disperata in quanto avremmo visto ciò da cui saremmo ed in eterno esclusi.
E’ in fondo il rovello di Tommaso, sanato soltanto dalla comprensione che Cristo ancora ci appartiene.

E’ il messaggio evangelico che Matteo annuncia con trepidazione “ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”; una realtà effettiva ed effettuale che si nutre della fede, ma che dalla fede prescinde essendo tale di per sé ed immodificabilmente.

Una presenza disseminata nel tempo dell’uomo come conclude l’evangelo di Luca per cui “il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.

Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l`accompagnavano”; laddove lo stare alla destra di Dio non è azione diversa da operare insieme all’uomo compiendo il sommo prodigio di rendere la destra di Dio prossima all’uomo.

Ma lo stesso Giovanni, che voi citate e non a caso come mirabile tra i mirabili, conclude dicendo che “vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”; perché il Verbo divenuto carne è presente ed opera in ogni gradino e in ogni spigolo dell’universo mondo, relato bensì scisso da ogni nostra adesione e da ogni nostra parola, di fede ovvero di rinnegamento.

E’ presente ed opera come realtà vera, non come simbolo o metafora di una propria altra identità; siccome l’eucarestia non è la celebrazione di una memoria, ma l’esperienza attuale di una reciproca appartenenza.
Permettetemi la benevolenza con cui sorrido al ricordo che svolgete del fratello Martino, cui ci lega più di quanto ci divide, sebbene immagino che in colui la coerenza del pensiero abbia alla fine compresso la percezione dell’immanente.
E lasciate che mi accomiati da voi raccontandovi di una storia che appresi negli anni remoti del mio stato di novizio.

Narra questa storia che durante la predicazione del Cristo il re della città di Edessa Abgar, afflitto da una grave ed ulcerosa infermità, mandò in Galilea un proprio fidato messaggero, di nome Anania, affinché chiedesse al Salvatore la grazia della guarigione dalla malattia.

Dopo lungo peregrinare tra le lande della Giudea, della Samaria e della Galilea, rincorrendo di bocca in bocca la scia dello stupore con cui il popolo aveva accolto i prodigi che si erano manifestati dinanzi ai loro occhi, Anania raggiunse la folla che lo accompagnava nei pressi di Cafarnao.
Facendosi largo tra i discepoli che lo circondavano, alla fine Anania scorse colui che doveva essere il Cristo seduto sotto un albero di fico, immerso in una preghiera rivolta a quel Dio che asseriva essere suo padre.

La gente intorno appariva pervasa da sentimenti di attesa e di sbigottimento, chi guardava in silenzio il Nazareno e chi altrettanto in silenzio ne additava la transfigurazione, poiché anche Anania si avvide che mentre pregava il volto del Cristo sembrava caricarsi di ogni dolore e di ogni peccato presente sulla terra.
Quando a sera, stremato, il Salvatore si rialzò, istintivamente Anania si fece innanzi porgendogli un lembo di lino affinché si tergesse del sudore che ne solcava il volto.

Quando poi gli ebbe detto del motivo per cui aveva intrapreso quel lungo viaggio da Edessa fino alla Galilea e di quanto il re Abgar confidasse in lui, Gesù gli consegnò il lino nel quale si era asciugato e Anania poté vedere distintamente che esso riportava impressi i lineamenti del suo volto.
Confortato dalle parole del Salvatore Anania riprese il viaggio di ritorno verso Edessa e una volta ammesso alla corte del re gli raccontò ogni cosa, srotolandogli innanzi il sacro lino alla vista del quale immediatamente Abgar sentì ogni ferita richiudersi ed ogni ulcera risanarsi.

Lasciate dunque che io preghi per voi, questa sera, affinché le vostre orecchie intendano e la vostra letizia sia perfetta.




 

 

A.R.: “Guardate, o maestro, mirate il cielo che, sgombro da nubi, ci si mostra all’alba di questo giorno in tutta la sua virile bellezza. Ecco che le
ultime radici della notte trascorsa fremono nei loro contorni investite da
barbagli sempre più possenti e dileguano in assediate estremità prive di
ardimento; ecco che i sentimenti delle tenebre, tempo di briganti e di
amanti, perdono consistenza e il rigoglio di una rinnovata fiducia appare
incontro all’orizzonte, nel cuore degli uomini! Venite meco dunque a
intridere di brina passeggiando i nostri calzari, tra l’erba dolcemente
irrorata dell’aperta campagna, affinché il nostro discorrere, finalmente
faccia a faccia, sia sublime unità di pensiero e contemplazione. Siamo
dunque giunti a un faticoso bivio. Da una parte la fenomenologia coi suoi
fondamenti parziali, sistematici, forma estrema di ottimismo metafisico, di
oblio dell’essere. Una considerazione dell’arte in quanto fenomenologia,
ovvero a partire dalle sue opere, comporta una rinuncia all’atto creativo in
favore delle sue singole azioni, cioè del loro storico e concreto
dispiegarsi; ma se la fede consente alla teologia di rivelarci l’operosa
paternità d’Iddio, cosa permetterà all’artista di giustificare le proprie
opere se non una pervertita fede in se stesso, ovvero, ancora una volta, una
forma di confusione tra essere e presenza di un ente? Gratuità originaria
alla quale corrisponde la gratuità della storia che s’impone come puro dato
di fatto, come ideologia. Dall’altra, il rigore ascetico del richiamo
ontologico che non riconosce fondamenti visibili e impone all’arte la
dissoluzione delle forme e addirittura la rinuncia alla bellezza, intesa
come manifestazione culturalmente identificabile: un’arte senza forme e
senza bellezza, un territorio ignoto e costantemente minacciato
dall’impossibilità stessa della sua esistenza. L’arte come sfida ossimorica,
come irripetibile istante di coincidentia oppositorum, come sentiero di
miracoli privi di futuro: altre possibilità io davvero non vedo, o maestro,
ora che piena incombe la demistificazione del soggetto e della storia…”


G.C.:"Ma in questa alba sì tanto tenue eppure indifferibile invero non scorgo, o mio nobile Signore, alcun bivio, alcuna divaricazione, se non quella del nostro autonomo arbitrio.

Per quanto riconoscerete come in tutto questo conversare abbia scientemente tralasciato di riferirmi a veruna guida di pensiero o di persona, ormai prossimi al congedo intendo ancora e per tale stesso motivo sommessamente dispiegarvi come non vi sia alcuna alterità tra l'entità e la sua forma, siccome tra l'essenza e la sua contingenza.

Voi ed io, la natura che lentamente ci si disvela ed ogni altra cosa esista, esiste in un carattere suo proprio, per quanto mutevole e per quanto diversamente conoscibile. Ed anzi, essendo la conoscenza essa stessa forma contingente, lungi dall'essere algida neutrale appare gravida di effetti sulla mutazione delle cose.

Il bivio al quale vi apprestate attiene esattamente al diverso atteggiarsi della conoscenza all'entità e, conseguentemente, dell'avvertenza che si desume dal manifestarsi dell'entità.

Ma ogni entità per definizione esiste, marcando con se stessa l'universo ed ogni altra entità di esso stesso parte.

Così come Dio esiste a prescindere dalla di lui conoscenza e dalla stessa fede, che altro non è se volontà applicata alla conoscenza, altrettanto può dirsi di ogni cosa, ivi compresa l'arte che tanto ci preme.

Ecco, adunque, perché non vedo alcun bivio di fronte a noi.

Le nostre strade divergeranno, se divergeranno, per il diverso volere circa il nostro essere nel mondo, non già perché la forma del mondo a ciò sia declinata".

 

 

 

A.R.:“Concordo con voi, maestro mio gentile, dal momento che voi parlate, con sublime trasparenza, dell’esistente. Ma io sostengo che non più di opere abbia bisogno l’arte ma di grazia perché, capovolgendo il canto di Hölderlin, privo di merito ed impoeticamente abita l’uomo su questa terra.

Mi sono convinto che l'unico modello di arte davvero possibile e verosimile sia l’intenzione: essendo impossibile la creazione, perché solo dal nulla si crea, artistica davvero, maestro caro, è appunto l’intenzione, ossimorica e ontologica perché irrealizzabile.

Qualsiasi forma d’arte storicamente data, infatti, è perfettamente definibile da un'ideologia utilitaristica per la quale essa è utensile. Azione creativa veicolata, detta, pensata, scambiata, collocata, significativa, in una parola usufruita.
In quest'ottica un atto poetico è inconcepibile, se non nell'accezione lirica di forma che descrive una qualunque presenza. Ecco perché l’arte lirica (cioè tutta l’arte moderna), nella sua tradizionale definizione che la vuole strumento, più o meno efficace, di elevazione universale (cioè impersonale ma comunque e sempre culturale) di un particolare sentimento del mondo, è intrinsecamente qualunquistica.

Il destino negativo di ogni forma di sfruttamento utilitaristico – cioè lirico - della parola è stato smascherato dall’avvento della cultura di massa che lo ha mostrato ingannevole, romantico, gratuito, dal momento che il kitsch e la moda – impersonali per eccellenza – si sono imposti ai linguaggi creativi. In altre parole: cosa vuoi dire se non sai come dire? cosa vuoi creare se non sai se puoi creare? come pretendi di fare arte se non sai cos’è davvero l’arte? A queste domande nessuna fenomenologia, nessuna opera d’arte è in grado di rispondere semplicemente perché capire completamente la creazione significherebbe capire totalmente anche Dio - o il principio, l’origine, il fondamento – e questo per definizione non ci è concesso.

Lo spirito lirico ha costretto per secoli una mancanza a uscire da se stessa e a parlare per forza, senza giustificazioni, perché l’atto poetico rimane sostanzialmente inconcepibile a qualsiasi cultura strumentale del linguaggio.
Non potrebbe allora essere davvero creativo l'atto - non il discorso, sia chiaro - che serbi il non darsi dell’arte, il suo non rendersi disponibile all'uso come azione poetica, in forme definite da uno stile e secondo un gusto? Ciò renderebbe possibile una sola “opera” d’arte: il teatro tragico dell’atto del negarsi del linguaggio all’opera stessa. Non assenza di forma, quindi, come mi ero preoccupato di chiarire fin dall’inizio di questo nostro conversare, ma prassi di una forma negativa che custodisca un’immobilità funambolica, movimentata cioè dal suo stare sospesa sull’ossimoro infinito. Gioco della minaccia! Di questa forma negativa, naturalmente, la riflessione sull’arte è parte integrante, anzi diviene arte essa stessa, libera dalla tirannia della possibilità e della concretezza: è terrorismo concettuale rivolto contro l’idolatria dei manufatti, degli oggetti, dei fenomeni creativi.  

Io sogno, o luce sapiente del mio cammino, artisti senz’arte, poeti senza poesia: soltanto attori, mistici goliardi e saltimbanchi di questa lunga compieta, perché è di gran lunga preferibile, credetemi, essere giullari dell’immortalità che idoli dei mortali.”

 

 

 

G.C. “Mio augusto e invincibile Signore, a me appare affatto chiaramente che l’intenzione di cui dite incarna quanto di più autentico risiede nell’animo dell’uomo nel suo farsi proprio. E ciò non solo appresso all’arte, della quale torniamo a discettare richiudendo il cerchio da cui prese l’avvio questo nostro piano conversare.

Con somma magnanimità voi mi onorate della vostra visita appresso questa romita abbazia in cui oramai da immemorate stagioni mi sono ritirato non già per sdegno verso il mondo, ma al contrario per una sua più profonda conoscenza e benché singolare partecipazione. In questa nuda cella e per questi nudi chiostri il mio essere-me si è sfogliato fino a vibrare come una canna al soffio di Dio, che della musica del creato ricomposto si compiace. Eppure, per quanto in ciò dimori la sommità di ogni letizia, per quanto non abbia che da ringraziare al vespero per la grazia che il giorno con ogni abbondanza mi riversa, vi confido che non in questo stare risiedono le ragioni della mia salvezza, ma ben prima nella deliberata opzione di distaccarmi dalla vita mondana per dedicarla totalmente alla preghiera e alla meditazione. Non è la catena sterminata di giornate di perfetta devozione che scuote il Padre nella gioia, quanto il ritorno sbieco del suo figliuol prodigo. E’ quindi lo iato, il movimento, la conversione che distingue e premia, in cagione di un arbitrio che liberamente e responsabilmente si declina.

Ritornando al vostro dire, ciò vale adunque per l’arte medesima, allorquando si consideri che senza dubitar veruno è nella scintilla che precorre il farsi arte il nucleo più autentico di ciò che andiamo significando ed è ciò che infuso in forma conoscibile può accendere un ulteriore animo disposto. Questa scintilla e non altro mi commosse alla vista del primigenio bufalo, non certo la qualità del segno o il suo semplice essere stato. L’uomo non corrisponde alle sue opere né alla sua storia, per quanto le sue opere e la sua storia di sé lascino intendere; similmente al suo Creatore egli ben più autenticamente è.

Tuttavia, quale incendio potrà mai innescare una scintilla tenuta sotto al moggio? Per essere tale l’arte ha bisogno di essere nel mondo affinché ibridandosi col mondo lo trasformi, suscitando in altri animi una luce nuova. Per questo, lungi dallo svilire e tanto meno dal negare l’originale intenzione dell’autore, ritengo necessaria ed anzi ricerco e ancor di più sollecito la conoscenza dell’arte fatta forma, sia essa assunta nella parabola di una tragedia che si consuma nel suo farsi, sia essa un segno corrugato da millenni nelle viscere della terra.

L’arte non sta, quindi, né nell’artista né nell’altro che dell’arte fa esperienza, bensì nella luce che dall’esperienza di quel rapporto trino meravigliosamente e originalmente si ricrea.

Arte unicamente come fenomenologia? E conseguentemente esperienza dell’arte unicamente come filologia?

Ben più sommessamente di come moduli la voce alla compieta, io dico arte come traslata coesistenza del più profondo umano. Arte come azione, come rapporto, come vita anch’essa. Se non come creazione, arte come ri-creazione, intelligenza applicata al già creato affinché si trasformi in ciò che può essere dato.

Un giardino che fiorisce solamente dal proprio disfiorire”.

 

 

A.R. “Fin troppo rapidamente, maestro diletto, volge a conclusione questo nostro cammino. Ecco, io vedo già palesarsi, oltre quella ripa scoscesa, il bivio malinconico che condurrà voi al vostro beato romitaggio, cuna dolcissima che tutta involve l’anima di colui che può chiamare l’eterno per nome, e me all’ineffabile, al vuoto sonoro che ho scelto e sopportato per cammino e che, poi, se ben guardate, non è che ronda di sentinella alle porte della città d’Iddio.

Lungo quella strada mi attendono, maestro mio gentile, schiere di saltimbanchi privi di dignità, defraudati per loro stessi dell’onore; i miei compagni di ventura saranno studenti licenziosi e poeti inutili, bari da osteria e alchimisti, avventurieri avvezzi alla gozzoviglia e lesti di spada, bordellatori ingordi e falsari ma, soprattutto, so che m’intendete, fanciulli giocosi e per loro gaiezza innocenti. Noi tutti, vite perdute di anime salve, siamo l’intima e più vera umanità del disumano, non già in quanto venduti al maligno, bensì perché sciolti dal primo e più formidabile vincolo della nostra natura perduta: noi stessi. E ancorché pendessimo tutti dalle forche terribili o dai roghi del braccio secolare, nondimeno saremmo salvi e savi e, soprattutto, santi. Noi, giullari d’ombra e dell’ombra, siamo, o sapientissimo fra gli anacoreti, la moltitudine sterminata del teatro, di quella cattedrale in cui, vescovo regnante il cavallo di Caligola, veneriamo la Vergine senza sguardo e senza volto: Nostra Signora delle Maschere, l’imperturbata madre che tutto loda e tutto ci perdona dal momento che tutto, mistico dottore mio, facciamo soltanto per gioco.

Ecco che quindi, riprendendo per un attimo la tessitura del nostro ragionare pria che la strada comune sia infine consumata, in verità e incoscienza io vi dico: solo artista possibile è l’attore, colui che, sminuzzato dalle maschere che indossa, nulla rivendica per sé e niente presume di creare, privo per statuto di una tradizione alla quale tramandare la sua azione irripetibile. Tutti gli altri, invece, soggiogati dalla storia che li precede e che li illude, si affannano prima di tutto a reclamarsi all’oblio come persone, presumendo di dar forma secondo una stile non già alle cose ma alla cosità delle cose, ignari sino in fondo, derelitti, della beffa etimologica che si consuma alle loro spalle.”

 

 

 

G.C.  "Concedetemi adunque, nell'atto del discanto, di benedire i vostri passi che - ne son certo - vi condurranno appresso a quello stare che più vi si conviene. E concedetemi al converso, dopo questo passeggero conversare, di ritirarmi nella mia romita cella, spoglia di quanto non sia il riflesso di ogni stare.

Colà mi ritrarrò, solingo ma non solo, dacché mi seguiranno il ricordo lieto di codeste ore e il loro divagare, intrecciare e dipanare; e ivi mi faranno compagnia nell'universo mondo che alberga nella sconfinata biblioteca di quell'eremo discosto. Poiché di un vero mondo trattasi, riflesso e parallelo, ma non meno reale di quello da cui deriva e al quale apparteniamo.

Con la pazienza adusa nei fratelli certosini segnerò su di una pergamena ogni parola tra noi sparsa, o almeno la memoria di quelle che furono le autentiche parole. E alla fine riporrò la carta in quella stessa biblioteca, affinché qualcuno, forse leggendola in futuro, ne tragga un'esperienza nuova, che un poco allumini il proprio oscuro divenire".

 

 

 

kalos esti!

 

 
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