Ho da poco terminato un lunghissimo racconto, che costituisce quanto di più necessario avevo da scrivere e al quale mi sono dedicato, con alterna consapevolezza, negli ultimi dodici anni.

Il racconto si intitola Biarritz, poiché da quella spiaggia dell?Aquitania si immagina che possa dipanarsi una storia complessa, plurale, discontinua, composta da settanta volte sette capitoli, frammenti che vogliono indicare la sterminata varietà dell’esperienza umana di cui si può parlare e contemporaneamente l’irrimediabile inadeguatezza rispetto alla molteplicità del reale; tale quale una manciata di sabbia rispetto alla distesa che si allunga tra Biarritz e Capbreton.

Anche i registri che ho utilizzato sono i più vari e nel loro insieme danno corpo a una sorta di metaromanzo al cui interno il vero oggetto è la parola stessa, indicativa e quindi co-edificante dell’esistenza. E?quanto sono riuscito a dire di sensato di noi stessi e quindi della morte che di noi stessi è termine e scandalo. Un compito per niente facile, mi rendo conto, che ha imposto una forma procedente –come direbbe Pasolini- ‘a brulichio? disseminando passo passo occasioni per annodare le poche esperienze che abbiamo della vita.

La vita di cui si parla è la mia, è la nostra, è quella che risulta come esito di una improbabile combinazione dall’infinita articolazione della vita possibile. E?quella con cui alla fine ci troviamo a dover chiudere i conti, anche qui, seduti come siamo sulle ceneri della postmodernità. 

Non è più tempo, almeno per me, di indugi o di distrazioni; di battaglie o di vanagloria. L’orizzonte si è fatto mobile e le domande inevase sono sempre più pressanti, come quella che dodici anni fa mi assalì insieme a un odore inconfondibile di terra e di boscaglia. Se ho scritto Biarritz non è certo nell’illusione di poter trovare una risposta definitiva; semmai si è trattato di un tentativo per orientarsi, prima che faccia buio.

In termini di linguaggio la difficoltà maggiore è stata quella di eliminare ogni genere di finzione che potesse perpetuare un universo virtuale  in cui giocare ad essere altro da ciò che in realtà si è.

Lascio ai lettori giudicare se il tentativo possa considerarsi riuscito, se questo lunghissimo racconto possa eventualmente essere utile ad altri oltre che a me stesso. In fondo è per questo che si scrive; diversamente sarebbero sufficienti i nostri sogni e i nostri fantasmi. 

 

Genova, 9 luglio 2010

 

“Io dichiaro di ignorare le “trame?di qualsiasi romanzo; perché, a conoscerle, avrei perso tempo e basta. La mia soddisfazione è di poter trovare qualche “pezzo?dove sul serio lo scrittore sia riuscito a indicarmi una qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà?o:p>

(Federigo Tozzi, “Come leggo io?



nonzabn


1.

Se per un qualsiasi motivo avessimo la certezza di essere ormai prossimi alla fine dei nostri giorni, qualcuno impiegherebbe un’ora o magari soltanto un paio di minuti del suo tempo residuo per scrivere?

E in questo caso, che cosa scriverebbe di così urgente? Di così ultimo?

Io credo che si potrebbe ragionevolmente scrivere di un uomo che scrive di un uomo che passeggia sulla spiaggia bianca tra Biarritz e Capbreton, le mani affondate nelle tasche, gli occhi stretti, i capelli liberi di sfuggire al vento lungo dell’oceano.

E?verso sera e resiste ancora un rado segnavia di ombrelloni azzurri, sotto al primo una famiglia di meticci, un figlio creolo e una figlia con le trecce fulve presi a sbrogliare i fili di un cervo volante naufragato, il padre sulla sdraio a rinserrare un foglio di giornale, la madre pensierosa.

Più oltre una coppia ride di un riso innamorato, lui regge una mezza bottiglia di sauternes, lei disegna col piede arabeschi sulla spiaggia; increduli si parlano, forse di danze o forse di corride.

E ancora in là un giovane velista smonta a fine turno dalla sua tavola insabbiata, la muta lustra, un cassone polveroso che lo aspetta sulla strada per un rapido saluto, una birra, una fuga altrove.

Infine più nessuno, se non i cormorani e la scia cocciuta delle impronte che sospingono l’uomo verso il lampeggìo precoce del faro di Capbreton.

L’uomo si ferma, in un punto qualunque, si toglie le scarpe, le calze, la cravatta e si siede infine sulla spiaggia.

Raccoglie un pugno di sabbia con la mano destra e la fa scorrere filandola nella mano sinistra e da questa ancora nella destra. Si chiede quanti grani ci stiano in una mano, quante migliaia, di certo almeno quanto gli abitanti di Nantes o di Bordeaux, nell’altra addirittura quelli di Toulouse, figuriamoci Shangai, San Paolo, le Molucche. All’apparenza tutti uguali, come le onde.

All’apparenza.

Da dove nascono le onde? Chi soffia in mezzo al mare, spargendole tra qui e Nantucket? Costanti, allineate eppure indomite eppure in cerca di un nome che le addomestichi come quella laggiù; un nome così così, tipo Coco o Pauline.

Coco come Pauline si gonfia, scompare, sincrespa, pian piano s’avvicina, s’inchina e si rialza, l’uomo l’attende, senza fretta, senza fretta, come se avesse tutta la vita davanti, ecco è sparita, ecco riappare, ora respira largo, ora s’addrizza, sale, sale ancora, sale e s’arriccia ed infine eccola qua davanti, ineludibile, indifferibile, inappagabile, è la sua ora e ora si schianta in un frastuono, in un ribollio di spuma che si espande e più e più sulla riviera e l’uomo accenna ad una corsa per cercarla là dove finisce il mare e là dove la terra inizia, ma non la trova più. Non esiste più, così com’era, così dov’era.

Non esiste più.

Ma è già il tempo di un’altra ondata.

E di un’altra.

E di un’altra.

E di un’altra.

Non l’ha mai fatto prima, ma la spiaggia bianca tra Biarritz e Capbreton in un tramonto di mezzo settembre è un luogo adatto. L’uomo si spoglia e nudo si tuffa nella pancia vitrea di una sorella di Coco o di Pauline, la ripercorre, riemerge, si gira sul dorso, allenta i nervi, si lascia trasportare, respira.

Il sole cala d’un colpo e senza particolari cromatismi quando l'uomo si spiaggia sulla riva, come un capodoglio sordo. Si rotola nella sabbia ancora calda che gli si incolla addosso, lo plasma, ne fa una sua creatura.

Il faro di Capbreton sarebbe ben più pungente adesso e a guardarle le luci di Biarritz gli risponderebbero festose, ma quell’uomo se ne sta sdraiato in riva al mare, con gli occhi chiusi, e non ricorda come sia arrivato lì, che fine abbiano fatto i suoi vestiti e neppure dove abiti, quale sia il suo lavoro, quali i suoi interessi, di che marca il tabacco per la pipa.

Non ricorda nulla e non gli importa di cosa scriva di lui lo scrittore personaggio di una tragedia in divenire.

Sente soltanto le onde e i cormorani che si addormentano su una vecchia canzone di Brassens.

J’ai rendez-vous avec vous.

 

 


Il resto su carta, appena possibile

 







 
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